Il dispositivo della puttana

“I ragazzi come insulto conoscono solo ‘puttana’ e ‘troia’”, dice lei. “E figlio di puttana”, aggiunge lui. “Te lo dicono sempre, anche quando stai parlando di altro, per qualsiasi cosa”, continua lei.

Siamo in una classe di terza media, durante un laboratorio in contrasto alla violenza maschile sulle donne. Ragazzi e ragazze sono seduti in cerchio e noi che conduciamo il laboratorio, un uomo e una donna, siamo parte di questo cerchio. L’attività principale del laboratorio è discutere. Non in astratto, bensì partendo dai propri vissuti e pensieri. Noi rilanciamo con domande, sottolineiamo, riprendiamo il filo, cuciamo nessi. Non diamo giudizi, siamo lì, dentro al cerchio, per oliare il flusso della parola e per aprire finestre su scenari che forse gli studenti non avevano avuto occasione di osservare, prima. Quando sentiamo che abbiamo toccato un punto nevralgico per il tema su cui stiamo lavorando, ci fermiamo e lo analizziamo, mettiamo dei paletti, diamo spiegazione sul contesto. E’ come dispiegare una mappa e indicare con il dito: “noi siamo qui”. Accade spesso che in questo momento negli occhi degli studenti si accenda la mitica lampadina.

La scena che abbiamo visto in apertura si ripete in quasi tutte le 11 classi che ho frequentato quest’anno per il laboratorio. Le ragazze denunciano che la parola ‘puttana’ viene loro rivolta nelle occasioni più diverse. “Anche semplicemente per come ti vesti”, osserva una. “Anche solo per metterti zitta”, dice un’altra.

In una classe si svolge questa conversazione. (F è femmina, M è maschio)

F – dire ‘puttana’ a una ragazza è una violenza. Devo dimostrare che non lo sono.
Mediatrice – cos’è una puttana?
F – chi si mette in strada o chi ha atteggiamenti
Mediatore (rivolto ai ragazzi) – quando si fa quell’offesa cosa si sta dicendo?
M – è un’offesa che riguarda la sua persona. Il maschio magari si sente superiore
Mediatrice – una ragazza che ha tanti ragazzi è una puttana?
M – per me no, la gente pensa di sì
F – per me sì
Mediatore – se succede a un ragazzo, di avere tante ragazze?
F – è diverso, viene giudicato bene
M – è fortunato
Mediatrice – quale insulto si fa ai ragazzi?
M – frocio
M – un insulto che dà fastidio è “figlio di puttana”
(tutti i ragazzi concordano, in coro)
M – perché è mia madre, non la devi mettere in mezzo, se no finisce male

Conversazioni di questo tipo si sono ripetute in diverse classi. Abbiamo cercato di ragionare sul perché e di svelare il rapporto di potere che sottende l’insulto. Una matrice di potere che ha radici millenarie, tracce eclatanti nella legislazione fino ad anni vicini a noi, tracce meno evidenti nella microfisica dei rapporti quotidiani. Si chiama sessismo

Una ragazza dichiara:

F – se dici a un ragazzo ‘frocio’ si offende non tanto per … è per il sentirsi un po’ donna. Il loro simbolo di donna è quello un po’ sottomesso, quindi il loro simbolo di donna è sentirsi debole

Qui, un’altra:

F – nella mia esperienza adesso tra coetanei, è diventata quasi una moda insultare per ogni minima cosa, magari anche solo come sei vestita, una ragazza, dandogli della puttana. E non è giusto, perché una ha diritto di vestirsi come ti pare, di esprimere i propri pareri, di essere libero in quello che fa. Questo giudizio che danno è sbagliato

F -io mi sento insicura perché ho paura di essere giudicata. Non è accettabile che il maschio sia in qualche modo superiore, però alla fine in qualche modo lo è, anche fra noi coetanei. Quindi io a volte non dico le cose perché so che verrò giudicata, in ogni caso so che verrò giudicata perché in ogni caso un maschio si sente più potente di una femmina.

Questa paura del giudizio, tipica della fase adolescenziale, sembra estremamente accentuata per le ragazze. Leggo sul n. 13/19 giugno di Internazionale un lungo articolo che nel merito offre parecchi spunti. L’articolo è annunciato in copertina, con il titolo “La sfiducia delle donne” e l’introduzione: “Studiano, lavorano e fanno carriera, ma arrivano raramente ai vertici. Perché le donne restano indietro?” Le autrici degli articoli pubblicati in originale su “The Atlantic” e su “The Guardian” e rilanciati su Internazionale, citano una notevole quantità di ricerche e testimonianze dal mondo del lavoro, dello sport, della scuola, che dimostrano come le donne siano più insicure anche se sono più brave e competenti.

Qui l’analisi di Jessica Valenti si sofferma sul periodo di infanzia e adolescenza:

Alle bambine riesce più facile comportarsi bene. Cominciano alle elementari avvantaggiate in alcune aree dello sviluppo: hanno curve di attenzione più lunghe, capacità verbali più avanzate e maggiori abilità manuali e sociali. Di solito non scorrazzano nei corridoi come un branco di animali selvatici e non si azzuffano durante la ricreazione. Imparano presto che il modo migliore per essere apprezzate è fare le cose nel modo giusto: per bene e in silenzio. […]
Eppure, il risultato è che molte ragazzine imparano a evitare gli errori. Questo le danneggia: correre rischi, fallire e perseverare sono esperienze essenziali per sviluppare fiducia in se stessi. I maschi, intanto, tendono a ricevere più critiche e punizioni, un allenamento che gli insegna a prendere con filosofia gli insuccessi. […]
[I maschi] fin dall’asilo si azzuffano, si prendono in giro, si rinfacciano i rispettivi limiti e si insultano. Con il passare del tempo, sostiene Dwrck, questi giudizi “perdono molta della loro forza”. E’ così che i maschi si fortificano a vicenda.

Vi sono relazioni tra il dispositivo della puttana e l’atavica sfiducia delle donne.  Vi è un intreccio fra socializzazione maschile e femminile e percezione di sé, fra percezione di sé e differenziali salariali, fra differenziali salariali e discriminazioni. Districare l’intreccio è difficile ma non impossibile, lo stiamo già facendo. Le possibilità sono quelle che il mondo ci offre, ma anche quelle che ciascuna/o si dà. 

Il dispositivo della puttana si disinnesca anche parlandone, osservandolo, acquistando consapevolezza della sua esistenza.

 

 

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6 thoughts on “Il dispositivo della puttana

  1. Paolo ha detto:

    i maschi affrontano meglio gli insuccessi? Alcuni sì, altri sono dei vittimisti piagnoni. Riguardo alla paura del giudizio il modo migliore che conosco per superarla è affrontarla: dì quello che hai da dire, ti danno della “puttana”? Invece di star zitta rispondi a tono, reagisci..non è facile ma la paura non deve essere bloccante, la paura può essere utile se sai dominarla.
    Tra l’altro non credo che sopratutto al giorno d’oggi aggressività e zuffe siano una esclusiva maschile

    • Sulla paura del giudizio: la maggiore capacità dei maschi di affrontare gli insuccessi è evidenziata nell’articolo su Internazionale con precisi riferimenti a ricerche psico e sociologiche, quindi reinvio all’articolo.
      Nella mia esperienza, le femmine si espongono meno dei maschi quando ad esempio si tratta di prendere parola in una assemblea oppure in una classe. Quando le ragazze hanno instaurato fra loro un rapporto di complicità allora si espongono più facilmente, viceversa ho notato che un gruppo di femmine giudicanti può essere annichilente per la presa di parola delle ragazze di una intera classe.
      L’appellativo di “puttana” è particolarmente infido perché colpisce in modo sincronico su diversi livelli. Riporta la donna al suo ruolo storico di parte subalterna nello scacchiere dello scambio sesso-economico. Non esiste un insulto pari che si possa rivolgere a un maschio.
      In classe discutiamo spesso su quale sia il modo opportuno per reagire.
      Paolo tu come reagiresti? Se fossi una ragazza.

      • Paolo ha detto:

        innanzitutto chiederei provocatoriamente (ma neanche tanto) cosa c’è di sbagliato nell’essere puttana ammesso e non concesso che io lo sia., Poi dipende anche dal contesto della discussione in cui si è generato l’insulto: se mi ha chiamato “puttana” per i miei vestiti rispondo che io vesto come mi pare e che solo un idiota giudica gli altri dai vestiti, se “puttana” è un modo per stigmatizzare la mia vita sessuale giudicata “libertina” risponderei la stessa cosa: solo un idiota e un debole (nel senso peggiore del termine) e un maschilista sente il bisogno di insultare una donna sessualmente intraprendente (mente la medesima intraprendenza non è stigmatizzata nei maschi), io faccio sesso con chi voglio e mi vuole, dò piacere e ricevo piacere, non faccio male a nessuno e non ho nulla da rimproverarmi, nove volte su dieci i ragazzi che chiamano puttana una ragazza sono dei frustrati perchè avrebbero voluto farci sesso e lei ha detto loro di no. se mi chiamano puttana perchè sono stata col ragazzo di un’altra rispondo che lui è colpevole quanto me o forse di più dato che era impegnato e io no
        In ogni caso non mi farei zittire o intimidire da una semplice parola, se la parola “puttana” riferita a me mi fa star male è perchè sotto sotto condivido lo stigma storicamente associato a quel termine e quindi devo lavorarci. Judith Butler (che non è la mia filosofa prediletta ma su certe cose ha ragione da vendere) ha scritto della tecnica della “contro-appropriazione” dei termini offensivi da parte degli offesi

  2. L’ha ribloggato su Il Ragnoe ha commentato:
    Ragazzini e ragazzine delle medie parlano dello stigma associato alla parola “puttana”, uno schema mentale che mette radici in fretta, con grande consapevolezza. I miei complimenti ai mediatori che hanno stimolato in loro queste riflessioni, è un compito prezioso e importante.

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