Sperimentare, fallire, creare

“Sperimentare”. Mi sembra una buona parola chiave per collegare le tante iniziative che si sono svolte alla Ladyfest Milano o almeno la piccola parte cui ho partecipato direttamente: il dibattito su maternità e non, quello sui nuovi femminismi, e quello sull’amore “ai tempi dello tsunami”. Ai quali aggiungo la visione di performance e video su corpo, sessualità e post-porno.

“Sperimentare”: dal dizionario etimologico “venire in cognizione provando e riprovando”, nella radice latina ma prima ancora greca e indo-europea che contiene il tema del “muoversi a traverso”, ma anche del “penetrare”. Sollecita anche l’idea del perimetro, di confine.

Il filo rosso della riflessione e delle pratiche che hanno abitato la Ladyfest è la ricerca di modi nuovi di stare nelle relazioni di amore e di cura scartando i comportamenti e le abitudini previste dai ruoli codificati.

Come esercitare amore e cura in modo rivoluzionario: nel sesso, nell’assunzione o nella rinuncia consapevole della genitorialità, nei filamenti di potere che si generano nella unione di soggetti in un progetto comune, nei rapporti di reciproca dipendenza che si sviluppano nel gioco delle coppie. E’ il filo rosso delle sperimentazioni che hanno trovato nella Ladyfest milanese una nuova occasione per raccontarsi. Altre ne verranno.

La settimana che è trascorsa dalla Ladyfest mi ha offerto più di una occasione per tornare sulle mie sperimentazioni personal/politiche e per fare autocritica rispetto ad esse.

“Sperimentare” è anche andare incontro al fallimento, alla strada senza uscita, alla ripetizione coatta in cerca della soluzione. “Sperimentare” è rischiare di calpestare la coda della tigre. “Sperimentare” è un gioco a rimpiattino coi propri schemi mentali e fisici. Sbarazzarsi dei ruoli con un colpo di spugna è impossibile, siamo inchiodate ad un patteggiamento perenne.

Condividere il fallimento con gli altri, le altre, e farne processo politico, richiede un fisico bestiale. Tanto coraggio, ma ancora più fiducia… la fiducia è un bene scarso.

Pensavo, in questi giorni, che nel condividere le nostre sperimentazioni e nel convincere altri ed altre della loro bontà, il desiderio è più facile da raccontare dell’insoddisfazione, la spinta più dell’ostacolo. E’ umano e comprensibile: il frutto positivo di una sperimentazione è dolce. Il succo amaro del fallimento rischia di avvelenare gli animi. Fallire è dolore… ma anche possibilità, esperienza, sfida.

Nella mitologia induista, fu Shiva a ingoiare il veleno del demone per salvare il mondo. In un’altra leggenda, Shiva trasforma con la danza canti di maledizione in energia creativa.

La trasformazione del fallimento in creazione è un’arte in cui abbiamo tutte e tutti da imparare reciprocamente. Io voglio imparare dai miei fallimenti. Per “venire in cognizione provando e riprovando”.

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