Video di presentazione dei consultori privati laici della Lombardia:
Una su cinque non lo fa – maternità e altre scelte
Questo libro non è un elenco di buone pratiche per vivere felici senza figli e non offre nessun consiglio. Pone, invece, una domanda.
L’autrice interroga le scelte di una generazione di donne, quella fra i trenta e i quarant’anni, a partire dall’esperienza di chi madre non è (non ancora, forse domani, o sicuramente mai). Una generazione che non è stata segnata da una presenza forte del movimento femminista, ma che dà per scontate opzioni impensabili solo trent’anni fa, come quella di preservare lo spazio di “una stanza tutta per sé”. Che vive il precariato come condizione materiale ed esistenziale e che lotta per l’autonomia economica. Ma che allo stesso tempo avverte la pressione di un immaginario in cui la femminilità è strettamente legata al materno.
Mentre svela le ambivalenze del desiderio di maternità e mentre afferma che si è donne prima che madri, il libro indaga un tipo di scelta che sembra portare il segno meno: senza figli. E che proprio per la natura negativa di quel segno appare a molti e molte, spesso anche agli occhi delle donne che la compiono, una non scelta, una scelta meno libera dell’altra. Arricchiscono il volume numerose testimonianze di donne che, con sincerità e partecipazione, raccontano la loro storia, coinvolgendo lettrici e lettori nei vari perché di una scelta libera.
Una su cinque non lo fa. Maternità e altre scelte, Eleonora Cirant, Franco Angeli
Silenzi. Non detti, reticenze e assenze di (tra) donne e uomini
E’ arrivato in libreria ad aprile 2012, edito da edizioni Ediesse, Silenzi. Non detti, reticenze e assenze di (tra) donne e uomini, curato da Stefano Ciccone e Barbara Mapelli
Nel nuovo dialogo e confronto che si sono aperti tra donne e uomini permangono snodi cruciali solo sfiorati, e ciò che è iniziato a cambiare rischia di trasformarsi in nuovo stereotipo se non se ne riprende in mano la complessità, se non ci si assume il rischio di rimettere ancora in discussione quello che appare già conquistato. Vi sono quindi ambiti, aree di attenzione su cui appare necessario non solo continuare il lavoro di confronto e ricerca, ma riprenderlo anche con lo sguardo più critico. Ma vi sono anche situazioni così radicate nell’immaginario sociale di genere che non sono state per nulla toccate dal cambiamento degli ultimi decenni e non solo perpetuano recinti di segregazione, ma legittimano – se non sottoposte a critica – le culture che li hanno creati. Read the rest of this entry
L’invenzione della virilità – le alleanze possibili
Sto partecipando a una lezione di storia contemporanea all’Università statale di Milano. L’aula è piena, il prof. Rumi è in cattedra e sta parlando della prima guerra mondiale a noi studenti pubblico silenzioso. Nella mia testa insiste da mezz’ora un pensiero: da qualche parte ho letto che in quel periodo le donne, chiamate a sostituire nelle fabbriche gli uomini-soldati o impegnate in opere di assistenza, ottengono un inedito protagonismo sociale. E che poi sarà difficile farle tornare a casa e far loro dimenticare la questione del voto, per cui stanno lottando da almeno trent’anni. Il prof. non lo sta dicendo, a me sembra fondamentale e vorrei che lo dicesse, perciò alzo la mano e faccio la mia domanda: “professore ho letto che…”. Lui mi stronca con un taglio netto: “lasciamo perdere queste storie femministe“. Congelamento rapido, ibernazione del dibattito.
Questo episodio accadeva quasi vent’anni fa. Me ne sono ricordata leggendo il libro di Sandro Bellassai, L’invenzione della virilità. Politica e immaginario maschile nell’Italia contemporanea (Carocci, 2011), di cui abbiamo parlato di recente insieme a Barbara Bracco, a Fiorella Imprenti e all’autore, nell’ambito del ciclo organizzato dalla FIAP Fatti e idee della Resistenza: un approccio di genere.
“Molto probabilmente solo dieci anni fa un libro come questo non sarebbe stato pubblicato”, dice Bellassai. Oggi i tempi sono maturi, sembra, per restituire alla storia umana il suo lato d’ombra. Read the rest of this entry
Scrittura & politica
Il 17 gennaio 2012, all’Unione femminile, abbiamo discusso di donne e scritture. Titolo del dibattito: “Amiche di penna. Scrittrici, poete, digitali, digitanti e altro ancora“. Mi ero scritta l’intervento, che propongo qui un po’ come si fa con le carte dell’archivio, un po’ perché qualcuna mi ha fatto omaggio della sua attenzione.
Ahi, la lingua che corre più veloce del pensiero! Porta sempre guai. Così come quando stavamo organizzando l’incontro di questa sera. Facevamo un …come si chiama? Brainstorming. Flusso creativo, idee in libertà, pensieri in cerca di definizione operativa. La mia linguaccia è una svelta che precede sempre di buon passo mister buonsenso, un tizio goffo e lento che arriva sempre quando i danni sono fatti. “Perché non parliamo anche della scrittura politica?” Read the rest of this entry
All’hammam tra vapori e pudori
All’hammam non ci ero mai stata. Nella mia fantasia era il luogo descritto da Fatima Mernissi in uno dei libri più amati, “La terrazza proibita”:
Il hammam dove ci recavamo per fare il bagno e lavarci di dosso gli impiastri di bellezza era tutto in marmo bianco, pavimenti e pareti, con grandi lucernari sui soffitti che riversavano luce al’interno. Quella combinazione di luce, avorio, nebbie, donne e bambini che andavano in giro nudi, faceva pensare al hammam come a una specie di isola esotica e calda di vapori che fosse, in qualche modo, andata alla deriva fino al cuore della disciplinata medina.
Da anni desideravo andarci con mia madre, per sostare insieme nell’intimità di un tempo e di uno spazio consacrati alla cura del corpo. Arriva finalmente l’occasione, ed eccoci varcare la soglia di uno dei bagni turchi più chic della città. Siamo accolte da un ambiente orientaleggiante colmo di essenze profumate, luci basse, e da una temperatura che fa venir voglia di spogliarsi.
Tutto è al suo posto, come nelle mie fantasie nutrite da letteratura.
Ci sono i marmi, le luci soffuse, i profumi speziati. Il vapore, il caldo, la sauna dove dal corpo stillano sudore, tossine, stanchezza. L’impiastro di sapone e argilla da spalmare sulla pelle. Il tè, la frutta. Il gorgogliare di una fontanella che rinfresca e distende, attraverso l’udito, tensioni tra pelle e anima. Una signora di origine magrebina ci insapona, ci strofina, ci massaggia, ci lava i capelli. C’è la vasca con l’idromassaggio, l’asciugamano profumato e caldo, i cuscini dove riposare prima di rientrare nel rumore della città. Ci sono altre madri e altre figlie, ci sono le amiche. C’è il tempo con mia madre che avevo cercato, quel tempo speciale che viene dal gesto di segnare un confine dove c’è scritto: “nostro”.
Nel mentre in cui il presente diventa ricordo, registro anche qualche assenza.
Tuto è al suo posto, ma qualcosa manca. E’, forse, la spontaneità con cui le donne magrebine consegnano la propria nudità allo sguardo delle altre donne. Manca la consuetudine del sentirsi belle in un corpo che è come è. In questo luogo consacrato al corpo, il mio e quello delle altre donne sembra diventare un ostacolo. Non è solo perché il seno e i genitali sono coperti da fazzoletti di tessuto – il costume da bagno interrompe tra l’altro lo scambio di fluidi tra dentro e fuori, spezza il gesto morbido della massaggiatrice che disegna curve e onde dalla testa ai piedi (io e mia madre non lo indossiamo e la nostra nudità emerge per contrasto). Non è solo questo, ma forse, piuttosto, una questione di postura. Una giovane donna si copre il seno con un braccio… un gruppo di madri e di figlie si aggira in bikini tra calidarium e tepidarium... C’è come un sommesso imbarazzo per il corpo in sè, che mi interroga e mi fa venire voglia di rileggere la Fatima Mernissi de “L’harem e l’occidente”:
Trarre un enorme piacere dalla pulizia del corpo, trasformandola in un rituale sensuale, causa prima
del proliferare di bagni pubblici a Baghdad o in qualunque città dell’Islam, costituisce una delle maggiori differenze tra la cultura cristiana e quella musulmana. Coccolare se stessi in un hammam, massaggiando per ore la pelle stanca con fragrante ghasul (argilla profumata con erbe) non ha assolutamente nulla a che fare con l’ascetica sauna che ho visitato a Stoccolma. Non ho osato mettermi il ghasul perché il posto era così pulito che pareva una sala operatoria.
La cristianità, fin dagli esordi, ha condannato il bagno come un peccato di lussuria.
In questo hammam occidentale si avverte un attrito fra la tentazione di abbandonarsi al rituale del bagno turco – con “il piacere che ne deriva come pura sensualità di pelle, un impulso inequivocabilmente narcisista che escludeva ogni attenzione verso gli altri, compreso il sesso opposto” - e un pudore atavico per la nudità. E’ un pudore impresso nei gesti, nelle espressioni del volto e negli sguardi.
Intravedo un interdetto del corpo che, per contrasto, moltiplica in volgarità ed efficacia l’effetto dei manifesti pubblicitari esposti nella pubblica via in lenzuolate da 20 metri quadri l’uno.
Il ritratto della salute
E’ un’arte sublime raccontare con ironia e insieme con onestà l’esperienza della malattia e lo sgomento di fronte alla morte. Ci riesce Chiara Stoppa con il suo “Il ritratto della salute”, in scena al Teatro Ringhiera di Milano fino al 4 dicembre.
Un tavolo bianco in mezzo alla scena e pochi cambi di luce per un monologo che apre all’intero arcobaleno delle emozioni e che non scade mai nel patetico. La trama è semplice: dopo aver scoperto di avere un “brutto male”, la malattia innominabile, la ventisettenne Chiara prende il suo corpo offeso e lo consegna ai medici perché ne facciano quello che devono, e glielo riconsegnino poi come nuovo dicendole che l’incubo è finito e che può andare. Per successive sconfitte e delusioni, Chiara arriva a trovare la propria via alla guarigione, che è insieme la via della propria autodeterminazione.
Dopo lo spettacolo ho avuto la percezione fisica di essere stata toccata da una verità importante sull’amore, sulla consapevolezza, sul senso della vita.
Da mercoledì 23 a sabato 26 novembre e da giovedì 1 a domenica 4 dicembre – ore 20.45, domenica ore 16.00 – Teatro Ringhiera, via Boifava 17
Vaginoplastica e vagine elastiche
No, anche la vagina no! E’ la mia prima reazione ad una notizia inglese rilanciata in Italia dal sito di Repubblica, in cui si cita una nuova tendenza della chirurgia estetica. Beh… ma perché no, mi dico in seconda battuta. Seni, glutei, braccia, gambe, ventre, labbra, zigomi, fianchi, ginocchia, caviglie… la sequenza del corpo femminile bionico è già lunga. La migrazione della ciccia a scopo estetico è stra-nota, già reale per tante altre parti e funzioni del nostro involucro di carne. E dunque perché non anche lì dove “non batte il sole”? Inseguo il punto di domanda come un segugio. Read the rest of this entry
Terra di mezzo
C’è un momento dell’anno, questo, in cui dovrei andarmene in vacanza ai caraibi. Crollo. Frano. Mi dileguo. L’energia scivola via da me e mi trovo bozzolo vuoto. Tutto faticoso. Tutto lontano, inutile, assurdo, come visto da una lontananza siderale. Il sonno arriva a fatica, e il risveglio è fasullo, non c’è riposo né veglia. Sono nella terra di mezzo. Mi sento morire come le foglie che lampeggiano di giallo e di rosso prima della fine. Piango di nostalgia se penso al sole estivo che entra gagliardo nel mattino per svegliarmi e sedurmi a una danza speciale. Ogni rumore mi ferisce, mi colpisce. Ogni persona umana sembra invadermi. Ogni parola è di troppo. Ogni intrapresa sembra impossibile. Un leggero mal di testa si installa tra le sopracciglia, e lambisce gli occhi come un drappo doloroso. I pensieri sono pulviscolo nella mente, caotici e sparsi, e i processi rallentano. Perdo efficienza, proprio mentre il mondo intorno è in piena attività.
Le azioni che ho fatto prima e quelle che poi dovrò fare sono i miei argini, quello che ancora trattiene e spinge avanti. Mi lascio scorrere così.
Ogni volta è da reimparare. Sotto la lingua solo gocce omeopatiche di melanconia.
Le cantastorie. Donne, arte e altre trame
“Le cantastorie. Donne, arte e altre trame” è una mostra allestita allo spazio Quintocortile a Milano dal 20 al 30 ottobre 2011. Qui intervisto Micaela Mander, curatrice della mostra, e le artiste.


