Terra di mezzo

C’è un momento dell’anno, questo, in cui dovrei andarmene in vacanza ai caraibi. Crollo. Frano. Mi dileguo. L’energia scivola via da me e mi trovo bozzolo vuoto. Tutto faticoso. Tutto lontano, inutile, assurdo, come visto da una lontananza siderale. Il sonno arriva a fatica, e il risveglio è fasullo, non c’è riposo né veglia. Sono nella terra di mezzo. Mi sento morire come le foglie che lampeggiano di giallo e di rosso prima della fine. Piango di nostalgia se penso al sole estivo che entra gagliardo nel mattino per svegliarmi e sedurmi a una danza speciale. Ogni rumore mi ferisce, mi colpisce. Ogni persona umana sembra invadermi. Ogni parola è di troppo. Ogni intrapresa sembra impossibile. Un leggero mal di testa si installa tra le sopracciglia, e lambisce gli occhi come un drappo doloroso. I pensieri sono pulviscolo nella mente, caotici e sparsi, e i processi rallentano. Perdo efficienza, proprio mentre il mondo intorno è in piena attività.
Le azioni che ho fatto prima e quelle che poi dovrò fare sono i miei argini, quello che ancora trattiene e spinge avanti. Mi lascio scorrere così.
Ogni volta è da reimparare. Sotto la lingua solo gocce omeopatiche di melanconia.