All’hammam tra vapori e pudori

All’hammam non ci ero mai stata. Nella mia fantasia era il luogo descritto da Fatima Mernissi in uno dei libri più amati, “La terrazza proibita”:

Il hammam dove ci recavamo per fare il bagno e lavarci di dosso gli impiastri di bellezza era tutto in marmo bianco, pavimenti e pareti, con grandi lucernari sui soffitti che riversavano luce al’interno. Quella combinazione di luce, avorio, nebbie, donne e bambini che andavano in giro nudi, faceva pensare al hammam come a una specie di isola esotica e calda di vapori che fosse, in qualche modo, andata alla deriva fino al cuore della disciplinata medina.

Da anni desideravo andarci con mia madre, per sostare insieme nell’intimità di un tempo e di uno spazio consacrati alla cura del corpo. Arriva finalmente l’occasione, ed eccoci varcare la soglia di uno dei bagni turchi più chic della città. Siamo accolte da un ambiente orientaleggiante colmo di essenze profumate, luci basse, e da una temperatura che fa venir voglia di spogliarsi.

Tutto è al suo posto, come nelle mie fantasie nutrite da letteratura.

Ci sono i marmi, le luci soffuse, i profumi speziati. Il vapore, il caldo, la sauna dove dal corpo stillano sudore, tossine, stanchezza. L’impiastro di sapone e argilla da spalmare sulla pelle. Il tè, la frutta. Il gorgogliare di una fontanella che rinfresca e distende, attraverso l’udito, tensioni tra pelle e anima. Una signora di origine magrebina ci insapona, ci strofina, ci massaggia, ci lava i capelli. C’è la vasca con l’idromassaggio, l’asciugamano profumato e caldo, i cuscini dove riposare prima di rientrare nel rumore della città. Ci sono altre madri e altre figlie, ci sono le amiche. C’è il tempo con mia madre che avevo cercato, quel tempo speciale che viene dal gesto di segnare un confine dove c’è scritto: “nostro”.

Nel mentre in cui il presente diventa ricordo, registro anche qualche assenza.

Tuto è al suo posto, ma qualcosa manca. E’, forse, la spontaneità con cui le donne magrebine consegnano la propria nudità allo sguardo delle altre donne. Manca la consuetudine del sentirsi belle in un corpo che è come è. In questo luogo consacrato al corpo, il mio e quello delle altre donne sembra diventare un ostacolo. Non è solo perché il seno e i genitali sono coperti da fazzoletti di tessuto – il costume da bagno interrompe tra l’altro lo scambio di fluidi tra dentro e fuori, spezza il gesto morbido della massaggiatrice che disegna curve e onde dalla testa ai piedi (io e mia madre non lo indossiamo e la nostra nudità emerge per contrasto). Non è solo questo, ma forse, piuttosto, una questione di postura. Una giovane donna si copre il seno con un braccio… un gruppo di madri e di figlie si aggira in bikini tra calidarium e tepidarium... C’è come un sommesso imbarazzo per il corpo in sè, che mi interroga e mi fa venire voglia di rileggere la Fatima Mernissi de “L’harem e l’occidente”:

Trarre un enorme piacere dalla pulizia del corpo, trasformandola in un rituale sensuale, causa prima del proliferare di bagni pubblici a Baghdad o in qualunque città dell’Islam, costituisce una delle maggiori differenze tra la cultura cristiana e quella musulmana. Coccolare se stessi in un hammam, massaggiando per ore la pelle stanca con fragrante ghasul (argilla profumata con erbe) non ha assolutamente nulla a che fare con l’ascetica sauna che ho visitato a Stoccolma. Non ho osato mettermi il ghasul perché il posto era così pulito che pareva una sala operatoria.
La cristianità, fin dagli esordi, ha condannato il bagno come un peccato di lussuria.

In questo hammam occidentale si avverte un attrito fra la tentazione di abbandonarsi al rituale del bagno turco – con “il piacere che ne deriva come pura sensualità di pelle, un impulso inequivocabilmente narcisista che escludeva ogni attenzione verso gli altri, compreso il sesso opposto” –  e un pudore atavico per la nudità. E’ un pudore impresso nei gesti, nelle espressioni del volto e negli sguardi.

Intravedo un interdetto del corpo che, per contrasto, moltiplica in volgarità ed efficacia l’effetto dei manifesti pubblicitari esposti nella pubblica via in lenzuolate da 20 metri quadri l’uno.