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#svegliaitalia

Ti senti oppressa/o dalla religione cattolica in Italia? Come reagisci? Secondo te l’Imam Francesco porterà qualche apertura?
Lo abbiamo chiesto ad alcune/i partecipanti alla manifestazione per la legge su unioni civili e adozione
#svegliaitalia Milano 23 gennaio

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Expo et circensens

Dopo anni passati a lottare contro l’Expo, ci ritroviamo con due biglietti di ingresso, un regalo inatteso. Consideriamo il gesto affettuoso, cediamo alla contraddizione e andiamo, per renderci conto di persona e confermare oppure cambiare idea su quello che pensavamo di questo evento.

Paghiamo i cinque euro per i mezzi pubblici (due volte, perché sbagliamo treno) arriviamo al piazzale antistante, superiamo i blocchi del metal detector. Già esausti, eccoci infine dentro all’Esposizione universale del 2015. Ci tuffiamo senza esitare nel fiume di persone, come salmoni che risalgono la corrente. Solo che loro, i salmoni, sguazzano, noi invece ci troviamo in una moltitudine di corpi concentrata in uno spazio troppo stretto per sentirsi a proprio agio. Tutti scattano foto e anche noi ci diamo da fare.

Questa fiumana non è che l’inizio. All’interno del sito, la concentrazione di carne umana per metrocubo è ancora più alta. E’ come stare dentro a un vagone della metropolitana all’ora di punta, solo che qui tutti cercano di andare in qualche direzione.

Ci troviamo dentro un grande quadrilatero percorso in longitudine da un vialone centrale, chiamato pomposamente “il decumano”. Per un attimo pensiamo ai Champs Elisee. Solo che qui la via principale – il decumano – è costeggiata da costruzioni che imitano i diversi stili nazionali. L’accozzaglia di finto su finto ci impressiona per lo stridore estetico. Una cacofonia di forme. Lo sguardo rimbalza da un padiglione modello astronave all’imitazione di un palazzo mediorientale, da un tappeto di erba inglese ad un manto di placche lucide e rosse simil-drago.

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Mai più in difesa della legge 194

Immaginate che da domani abbiamo una legge sulle unioni civili. Immaginate che nella legge ci sia un articolo in cui è scritto che tutti gli addetti ai lavori possono, “per motivi di coscienza”, esimersi dalle procedure atte a stabilire il contratto di matrimonio o unione. Ma, prima, trovatemi una coscienza uguale a un’altra. Ognuno, ognuna, avrà ottimi motivi per esimersi dall’incarico di collaborare a matrimoni. Magari li considera indecenti o magari la sua coscienza sta dicendo che lo stipendio è troppo basso per assumersi anche questa incombenza. Comunque sia, in base alla nuova legge tutti, dal messo comunale al sindaco, possono sottrarsi dal formalizzare unioni. Diamine! La coscienza è una cosa seria, va rispettata, sporca o pulita che sia. Immaginatelo, dunque. Schiere di impiegati e impiegate, funzionari e funzionarie, portieri e portiere, segretari e segretarie, addetti e addette alle pulizie, traduttori e traduttrici, consulenti maschi e consulenti femmine, immaginateli tutti e tutte, in gruppo o alla spicciolata, nell’ufficio protocollo a consegnare quel misero foglietto in carta semplice che attesta la voce inoppugnabile della propria coscienza: “io obietto. Questo matrimonio non s’ha da fare!”.

Le persone che credevano di avere riconosciuto un diritto fino ad ora negato e non aspettavano altro che il momento dei confetti si accorgerebbero di essere state prese per il naso. Altre, che quel diritto già ce l’avevano perché appartenenti alla maggioranza normodotata, si unirebbero alle prime per sentimento civile, per un’idea comune di cittadinanza, anche solo per simpatia. Magari insorgerebbero gli uni e le altre con le une e gli altri. Magari uscirebbero a fiumi per le strade, lancerebbero terribili pernacchie a quei fanfaroni di legislatori (e fanfarone di legislatrici) che con la mano sinistra danno e con la destra tolgono. Si chiederebbero attoniti, ma anche attonite: “che razza di imbroglio è questa legge che all’articolo uno dice A, e all’articolo due dice il contrario di A”? O forse, pur di salvare il salvabile, si metterebbero in processione a reclamare la difesa e il rispetto della legge. “Almeno di quella piccola parte di diritti che ci è stata concessa”, direbbero. Poco è meglio di zero. Continua a leggere