Surrogacy. Nessun veto in nome della libertà

Quando mi è stato chiesto di scrivere per Leggendaria di maternità surrogata mi sono sentita felice e in ansia al tempo stesso. Felice, perché da tanti anni rifletto da sola e in compagnia sul nodo maternità/tecnica/femminismo. Ansiosa, perché navigare in queste acque è uno sport estremo. Sono acque insidiose, ad ogni onda c’è il rischio di annegare nel pregiudizio e nell’ideologia. Con marosi di questo genere è più che giustificata la tentazione di chiudersi dietro all’oblò delle proprie certezze per paura di soccombere alla veemenza delle contraddizioni e di una realtà inevitabile.

Serve dunque un timone da impugnare con entrambe le mani. Serve una mappa. Servono nervi saldi e conoscenza.

Nella mano sinistra tengo quel che so della tecnica. Nella mano destra tengo quel che so del potere. La mappa è quel che so della maternità surrogata (‘surrogacy’, in inglese, ‘maternità per altri’ nel politicamente corretto, ‘utero in affitto’ nel linguaggio mediatico). I nervi saldi ci vogliono per non infuriarmi quando leggo che Snoq-libere chiede di “mettere al bando” la maternità surrogata: ogni volta che qualcuno pretende di porre veti in nome della libertà mi sale il fumo agli occhi e rischio di non vederci più.

Vediamo cosa tengo nella mano sinistra. So che dalla seconda metà del secolo scorso, almeno per quanto riguarda il paese in cui vivo, l’intenzionalità si è insediata stabilmente nel processo riproduttivo. Ma so bene che, anche prima e altrove, gli umani e le umane hanno sempre manipolato la materia vivente, compresa la propria, e persino con il lasciapassare della divinità (vedi vedi la storia di Sara, Abramo e Agar a p. 14 di Leggendaria). Che la nostra specie agisca con intenzione sui processi di riproduzione biologica accade quantomeno da 12 mila anni, cioè da quando abbiamo scoperto come domesticare le specie vegetali inventando, per così dire, il riso e il frumento che coltiviamo e consumiamo oggi. Il dibattito politico contemporaneo verte su quale tipo di agricoltura sia migliore, non se l’agricoltura sia lecita o meno. Forse 12 mila anni fa qualcuno lanciò una petizione per mettere al bando la domesticazione dei semi perché questo avrebbe comportato l’accumulazione di risorse e, di conseguenza, la stanzialità, la divisione in classi e la divisione sessuale del lavoro. Con il senno di poi, questa agricoltura ha creato un bel po’ di confusione.

Nella mano sinistra tengo contezza che tutto ciò che è umano è anche tecnico e che nulla di umano è contronatura. Ne segue amara constatazione: che con questa faccenda dell’intenzione la nostra specie trova sempre nuovi modi per complicarsi la vita, porsi domande esistenziali, creare ingiustizie per poter lottare contro di esse.

Ecco, ingiustizia. Veniamo così al secondo corno del mio timone, quello che tengo nella mano destra: la questione del potere. Prendiamo un esempio a caso: la tecnica dell’aborto volontario. Le nostre sorelle maggiori, le femministe italiane degli anni Settanta, hanno preteso “aborto libero, gratuito e assistito” come elemento essenziale di autodeterminazione. Grazie a loro, noi venute dopo non crepiamo più nella macelleria dell’aborto clandestino. Alle nostre sorelle cinesi è andata peggio. La miscela tra la cosiddetta “politica del figlio unico” (applicata dal 1980 per limitare le nascite e abolita nel 2013) e l’antica tradizione patrilineare ha innescato una reazione micidiale: il ricorso all’aborto selettivo sui feti di sesso femminile, con la mancata nascita di milioni di bambine (Anna Meldolesi ha ricostruito, fonti alla mano, l’entità del fenomeno nel mondo).

Tengo dunque il timone e quel che so del potere (o quel che credo di sapere) è di vivere in una società patriarcale, maschilista e capitalista (vedi wikipedia per la traduzione dei termini). So dunque che la cultura è la mia natura e che sono i rapporti di potere a definire il bonus-malus di ogni tecnica, ovverosia il prezzo che pagherò – o che farò pagare ad altri – in conseguenza del suo uso. D’altra parte, non c’è sfida più gustosa e genuinamente umana di quella di scoprire che cosa c’è dietro (dentro, al di là). In questo terribile contesto, con millenni di dominio scritti nella memoria di ogni mia singola cellula, so che la tecnica della maternità surrogata sarà facilmente usata contro di me. Quindi la butto via? No. Voglio capire come tenere il coltello dalla parte del manico. Voglio imparare: sono umana.

Ora che tengo saldamente il timone, posso guardare la mappa. Prima però voglio dirvi da dove parto. Sono una donna senza figli per scelta, godo senza remore della mia libertà da vincoli d’amore filiale e qualche volta dalle acque dell’inconscio si affaccia la madre che non sono stata. Io e lei ci abbracciamo, facciamo due chiacchere e ci diamo una pacca sulla spalla complimentandoci a vicenda. Siamo la stessa ma siamo diverse e ci vogliamo bene.

Si può volere e al tempo stesso non volere? Si può. Capita praticamente sempre.

Da questa sponda – di una che non tollera l’estro-progestinico della pillola anticoncezionale e che neanche morta si metterebbe ormoni in corpo per rimanere incinta – scruto con il cannocchiale le donne che gravidano per altri. Esseri strani perché diversi da me, uomini e donne che entrano nell’intimità di un triangolo sessuale in cerca di genitorialità. Tante dicono che questa azione è bella se si fa gratis mentre fa schifo se si fa per denaro. Io dico che non è il denaro a fare la differenza fra bello e schifo. Vedi la lezione di Paola Tabet, che ha dimostrato come le relazioni di scambio sessuo-economico esistono anche quando non c’è di mezzo il denaro; in occidente la forma più comune di questo scambio impari è stato il matrimonio. L’antropologo David Graeber si è preso più di 500 pagine per dimostrare che sono le coordinate culturali a definire i connotati del debito e che lo scambio sessuo-economico vige anche società non capitaliste.

Mi serve una mappa nel senso che ho bisogno di sapere come è fatto questo territorio dove i genitori sono in numero e sesso variabile. Vorrei conoscerne usi e costumi, non andare là con animo colonizzatore: non esporto democrazia e tantomeno femminismo. Vorrei andarci curiosa e disposta ad imparare. Mi interessa sapere se questa gente è felice o almeno un poco soddisfatta. Più di tutto mi interessa che nessuno stia chiedendo aiuto per essere stata messa in catene contro la propria volontà, nel qual caso bisognerebbe attivarsi. Vorrei che tutti e tutte abbiano la possibilità di interrogarsi e, se cadono, di salvarsi. Insomma che tutte abbiano possibilità di scegliere.

Contrasto l’idea che una scelta non sia libera se motivata da bisogni economici. Fare una scelta non è soltanto come stare davanti a un bivio, a un trivio o in una rotonda. Queste sono scelte per dilettanti. A noi intrepide della scelta e degli sport estremi piacciono sfide come quelle di una strada bloccata da un muro. Ci sono molte possibilità di scelta quando ci si trova davanti un muro, ad esempio: prenderlo a calci, cercare un piccone, sbatterci la testa contro, scavare un buco sotto, dipingerci sopra un trompe l’oeil, appoggiarvisi con la schiena e recitare mantra fino a raggiungere la buddhità, percorrerlo in lunghezza, volarci sopra, tornare indietro. Qualsiasi cosa farete il muro resterà muro ma voi sarete cambiate: scegliere è proprio la stessa cosa.

Come è fatto dunque questo territorio di mamme per altri o altre? Lo ha descritto il Parlamento europeo con un Rapporto disponibile in rete, A Comparative Study on the Regime of Surrogacy in EU Member States*. È il documento pubblico più esaustivo che ho potuto trovare per quello che riguarda l’eurozona. Il Rapporto dice che della surrogacy si sa poco e che è difficile reperire dati. Un ordine di grandezza del fenomeno viene dal dato francese di 700 coppie che si sarebbero avvalse della maternità surrogata nel 2011 (nel 2007 erano state 300). Il Rapporto dice che queste richieste potrebbero essere più di quelle tracciate, che ci sono prove che sempre più persone usano questa tecnica, la quale per una serie di motivi andrà ad aumentare. Nel Rapporto è scritto anche (non in proprio in modo così tranchant), che mettere al bando la maternità surrogata è un’idiozia perché sono proprio le legislazioni restrittive ad alimentare un mercato senza regole e lo sfruttamento di chi ha meno potere contrattuale. 160 milioni di cittadini europei infatti non hanno pieno accesso alle procedure di riproduzione eterologa (con donatore o donatrice di gameti) nel proprio paese. In termini di domanda, 80.000 coppie avrebbero bisogno di trattamenti proibiti nel proprio paese ma disponibili altrove**.

Lo stesso Rapporto offre anche notizie interessanti sulle donne che portano avanti la gravidanza per altri … posso chiamarle surroganti? Surrogare vuol dire fare qualcosa al posto di un altro e surrogante ha il piglio di chi agisce, una che “si arroga il diritto di”. Udite udite! Le madri surroganti non sono una categoria uniforme. Cambia molto se ad esserlo è una donna che vive negli Stati Uniti, in Ucraina, o in India. Dalla comparazione degli studi si ricava che “quelle del mondo sviluppato sono bene informate, professionali, fanno parte di un network, e spesso sono perfettamente capaci di negoziare i termini del contratto. In contrasto, la loro controparte nei paesi in via di sviluppo è molto più a rischio di sfruttamento, in genere molto povera e con un basso livello di istruzione” (p. 33). Dice anche che, in entrambe le situazioni, la presenza di un contratto e di uno scambio di denaro non entra in conflitto con la percezione di fare un dono, di fare qualcosa di buono per qualcun altro. Questa percezione dipende invece dal tipo di relazione che si instaura tra la madre surrogante e la madre o la coppia intenzionale. Quando la prima non viene esclusa, quando non è abbandonata dai servizi subito dopo il parto, quando insomma ci si prende cura di lei e non la si usa come un oggetto ma la si considera come persona, allora l’esperienza è vissuta come positiva. Prendersi cura dei suoi sentimenti nel delicato momento del distacco dal neonato riduce il rischio che questa esperienza sia traumatica, come invece è in molti casi analizzati dagli studi riportati nel Rapporto.

Sarebbe bello se lo scambio sessuo-economico non esistesse e che nessuno usasse un’altra persona come mezzo per i propri fini. Invece questi scambi esistono e per questo sono utili i contatti. Che la presenza di un contratto tuteli e rinforzi la parte debole lo si vede nel caso delle madri povere dell’India. Queste sono, secondo il Rapporto, indottrinate dal personale delle cliniche a vedere il loro stato come un dono divino che le rende abili a generare introiti per le proprie famiglie. In caso di complicazioni nella gravidanza, però, l’assenza di un contratto e l’incapacità di far valere i propri diritti le rende totalmente inermi. Queste donne, nel fare le madri per altri, sono indotte a pensare di essere generose verso i propri figli, che potranno così studiare e avere una vita migliore. D’altra parte, la retorica del dono agisce anche sulle coppie intenzionali, che si sentono sollevate al pensiero che il proprio denaro farà del bene a una famiglia povera.

E le persone che pagano perché un’altra gravidi al posto loro? Della parte forte nella relazione di scambio sessuo-economico sappiamo ancora meno. Qualche indizio lo offre la BioTexCom, ditta ucraina che vende online il servizio di surrogacy per un costo da 10 a 40mila euro. Sul sito sono presentati anche i dati dell’età delle madri intenzionali. È mediamente alta, tra i 40 e i 50, con punte che toccano i 60. Il desiderio è come un seme che può e deve essere domesticato, quando spinge ad usare gli altri come mezzo per la propria soddisfazione. Una via femminista alla surrogacy esiste e la indica Sara Fichera in modo efficace e sintetico sul sito delle Voltapagina: “potrei ricorrere all’aiuto di un’altra donna se in Italia la gestazione per altri fosse legale? Probabilmente sì ma solo dopo aver intrecciato una relazione con la cosiddetta portatrice, che per me sarebbe comunque un’altra mamma di mia figlia”.

In: «Leggendaria» n. 115 (febbraio 2016), “Mamme mie!”.

Bibliografia:

Emma Baeri, Dividua. Femminismo e cittadinanza, Il Poligrafo, 2013

Eleonora Cirant, Una su cinque non lo fa. Maternità e altre scelte, Franco Angeli, 2012

Sara Fichera, Utero in affitto sì, utero in affitto no?, 21/12/2015, http://www.levoltapagina.it/utero-in-affitto-si-utero-in-affitto-no/

David Graeber, Debito. I primi 5000 anni, Il Saggiatore, 2012

Anna Meldolesi, Mai nate. Perché il mondo ha perso 100 milioni di donne, Mondadori, 2011

Paola Tabet, La grande beffa. Sessualità delle donne e scambio sessuo-economico, Rubbettino, 2004

* A Comparative Study on the Regime of Surrogacy in EU Member States, Parlamento europeo, ©European Union, 2013, http://www.europarl.europa.eu/studies

** Mappa delle legislazioni: http://www.corriere.it/datablog/maternita-surrogata/

Crediti immagine: Ana Mendieta (American, born Cuba, 1948-1985). Untitled (Guanaroca [First Woman]), 1981/1994. Gelatin silver photograph, 53 1/2 x 39 1/2 in. (135.9 x 100.3 cm). Brooklyn Museum, Gift of Stephanie Ingrassia, 2007.15. © The Estate of Ana Mendieta

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