Mai più in difesa della legge 194

Immaginate che da domani abbiamo una legge sulle unioni civili. Immaginate che nella legge ci sia un articolo in cui è scritto che tutti gli addetti ai lavori possono, “per motivi di coscienza”, esimersi dalle procedure atte a stabilire il contratto di matrimonio o unione. Ma, prima, trovatemi una coscienza uguale a un’altra. Ognuno, ognuna, avrà ottimi motivi per esimersi dall’incarico di collaborare a matrimoni. Magari li considera indecenti o magari la sua coscienza sta dicendo che lo stipendio è troppo basso per assumersi anche questa incombenza. Comunque sia, in base alla nuova legge tutti, dal messo comunale al sindaco, possono sottrarsi dal formalizzare unioni. Diamine! La coscienza è una cosa seria, va rispettata, sporca o pulita che sia. Immaginatelo, dunque. Schiere di impiegati e impiegate, funzionari e funzionarie, portieri e portiere, segretari e segretarie, addetti e addette alle pulizie, traduttori e traduttrici, consulenti maschi e consulenti femmine, immaginateli tutti e tutte, in gruppo o alla spicciolata, nell’ufficio protocollo a consegnare quel misero foglietto in carta semplice che attesta la voce inoppugnabile della propria coscienza: “io obietto. Questo matrimonio non s’ha da fare!”.

Le persone che credevano di avere riconosciuto un diritto fino ad ora negato e non aspettavano altro che il momento dei confetti si accorgerebbero di essere state prese per il naso. Altre, che quel diritto già ce l’avevano perché appartenenti alla maggioranza normodotata, si unirebbero alle prime per sentimento civile, per un’idea comune di cittadinanza, anche solo per simpatia. Magari insorgerebbero gli uni e le altre con le une e gli altri. Magari uscirebbero a fiumi per le strade, lancerebbero terribili pernacchie a quei fanfaroni di legislatori (e fanfarone di legislatrici) che con la mano sinistra danno e con la destra tolgono. Si chiederebbero attoniti, ma anche attonite: “che razza di imbroglio è questa legge che all’articolo uno dice A, e all’articolo due dice il contrario di A”? O forse, pur di salvare il salvabile, si metterebbero in processione a reclamare la difesa e il rispetto della legge. “Almeno di quella piccola parte di diritti che ci è stata concessa”, direbbero. Poco è meglio di zero.

Mi rendo conto di avere difeso per tutti questi anni una legge del genere. Negli ultimi dieci anni ho firmato, sostenuto, e contribuito a scrivere non so più quanti appelli in difesa della legge 194. Con l’impressione che questo parlare della legge ci consentisse di parlare di autodeterminazione. Ora basta.

La legge 194 è la parte più consistente del problema, non la sua soluzione. La 194 non ci tutela e io non la difendo più. Dieci anni di suole consumate in assemblee, riunioni e presidi in lungo e in largo per l’Italia, di nervo ottico logorato al computer nella raccolta e analisi e redistribuzione di dati, di corde vocali abrase nel porta a porta infinito della militanza liquida. Senza contare ore spremute dalla vita preziosa sprecate nei rimbalzi estenuanti contro il muro di gomma istituzionale, le interrogazioni seguite con il fiato sospeso, i colloqui con questo e quella rappresentante, in una o un’altra commissione. Filze di documenti targati “legge 194” contendono agli amati libri lo spazio dei miei pochi scaffali, dilagano, okkupano.

Dieci anni, l’arco di tempo su cui ora mi fermo a riflettere per fare un bilancio. Le amicizie e gli incontri con persone speciali, ecco ciò che di vero, indiscutibile e importante ho ricavato da queste lotte. Quanto a raggiungimento degli obiettivi, è gravemente prossimo allo zero il bilancio di tutto questo agitarsi mio e di un sacco di altra gente … e c’è chi se la passa molto peggio di me, come chi lavora nei servizi da non obiettrice o da non obiettore, chi mantiene l’impegno solo in virtù di un ideale fortissimo, gente in trincea, con i nervi saldi, quelli ottici e tutti gli altri. Gente che si è fatta una coscienza grande così. Altro che filze.  Dieci anni sono una buona manciata per farsi un’idea. Tutto questo agitarsi è servito, tutt’al più e se andava bene, a tamponare emergenze, a mettere toppe su situazioni indegne, a tenere a galla la bagnarola, a rintuzzare di qualche millimetro l’orda degli obiettori. Rabberciamo gli infissi mentre l’edificio è marcio dalle fondamenta.

La beneamata legge 194 del 1978 sull’interruzione volontaria della gravidanza etc etc è la nostra coperta di Linus. Il vetro contro cui continuiamo a sbattere e sbattere, come quella mosca che insiste contro la finestra, per pietà, apriamola, facciamola uscire.

Susanna Camusso lancia un appello e mi accorgo che sono passati quasi dieci anni da quella manifestazione a Milano dove stavamo insieme ad altre duecentomila che rivendicavano di essere uscite dal silenzio, quel gennaio 2006 in cui denunciavamo le stesse cose su cui deve oggi pronunciarsi il Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa. Sul momento frenammo l’orrido Storace, ma ora, goccia a goccia, la situazione è peggiorata e la frana incombe. Nel frattempo non sono mancati gli avvenimenti: la Camusso ha fatto un salto quantico di potere e quel che diceva dieci anni fa non può più ripeterlo identico, non è credibile, è a rischio de ja vu; io ho messo un sacco di capelli bianchi; le filze hanno occupato abusivamente parecchi scaffali e sono scese fino in cantina; suole ne ho cambiate più volte, finanche il calzolaio di fiducia è andato in pensione (e un altro o un’altra non ha preso il suo posto); a forza di ripetere il solito mantra la voce mi si è arrochita. A proclamare, sottoscrivere o vergare l’ennesimo appello alla difesa della legge 194 non riesco più.

Quindi? Che fare.

Quindi niente. Vado, buon’ultima, ad aggiungermi alla schiera di quelli e di quelle che non difendono la legge 194. Anzi, la contestano. Sarò tra chi afferma che quella legge è superata, è un impiccio, una finestra di vetro chiusa. Il buon medico non obietta è uno slogan efficace ma incompleto. La dicitura corretta, non altrettanto incisiva, suonerebbe così: “il buon ginecologo è quello che non nega le cure a una donna che abortisce”. In questi mesi ho ascoltato decine di persone tra medici, mediche e pazienti – pazienti perché avere a che fare con la propria coscienza richiede una pazienza infinita, questo lo sanno bene le donne che interrompono il processo di gestazione che avviene nel proprio corpo. La condizione di isolamento di medici e pazienti, lo stigma dell’aborto, l’ipocrisia di chi si sottrae ad un compito per gettarlo sulle spalle di un altro o per tenere una posizione di potere, le falle del sistema, la cancellazione della pratica abortiva dalla formazione dei medici: tutto è troppo evidente per poter dire che la legge 194 è una buona legge e va difesa.

Non so come possa avvenire, dal punto di vista legale, ma sono certa che l’unica coscienza che deve essere rispecchiata in una legge dello Stato che affronti questo tema è quella della donna che è rimasta incinta.

Non so come possa avvenire, dal punto di vista culturale, il salto quantico, questo sì necessario, di riconoscere collettivamente che la scelta di autodeterminazione di una donna incinta va rispettata e accompagnata. Se la società in cui vivo non è pronta, cambierà. Certo allora ne sarà valsa la pena: del nervo ottico, delle suole, delle corde vocali, dell’invasione di filze, della spremitura di ore dalla vita.

Immagine: Image: ‘Fly Me Away’
http://www.flickr.com/photos/28968923@N08/2831102668
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One thought on “Mai più in difesa della legge 194

  1. L’ha ribloggato su Nuvolette di pensierie ha commentato:
    Quando mi lamento della qualità della rappresentanza femminile nelle istituzioni, nella politica, nella gestione della “cosa pubblica” mi si accusa di benaltrismo, che “abbiamo raggiunto il parlamento più rosa della storia”, che i numeri sono importanti, che al governo ci sono tante donne, che “conta di più questo di un ministero alle pari opportunità”. Ebbene questo non mi basta, questo è stato solo un tentativo di strumentalizzazione delle donne, ribadendo una subordinazione, una concessione ma sempre nell’alveo delle regole maschili di gestione del potere. Ci sei se ti attieni strettamente alle indicazioni supreme. Ci sei e hai voce se fai le piroette giuste per intercettare il canale giusto.
    Se per voi sono sufficienti i numeri.. chiediamoci come sono state scelte molte di queste donne e se davvero ci rappresentano. E poi non perdiamo l’abitudine di guardarci attorno. I segnali sono tanti e non tutti rosei. C’è da lavorare tanto. Ogni tanto servirebbe guardare le cose dal livello terra. E da qui le cose non sono belle come sembrano o vengono rappresentate.
    Stiamo parlando di coraggio e di autonomia politica. Stiamo parlando di politiche veramente innovative, di una obiezione di coscienza che non scandalizza quasi nessuno dei decisori dell’azione politica, dell’assenza quasi totale di cultura femminista nelle istituzioni, del numero impressionante di donne che lasciano il lavoro dopo il primo o secondo figlio. Insomma, a me sembra che ci sia una penuria di prospettive indipendenti e coraggiose. Ci sono donne di qualità, ma isolate e marginalizzate. Questa è la mia opinione.
    La qualità vale per tutti naturalmente, uomini e donne, ma io parlo anche di coerenza di valori e di ideali. Di quale differenza stiamo parlando? Cosa e chi rappresentiamo, per cosa ci battiamo quando “ci permettono” di partecipare nei luoghi decisionali? A quale prezzo ci viene permesso di “esserci”? Poi se vogliamo fare a meno di valori e di ideali..poi però non possiamo lamentarci dei risultati ambigui, oscillanti, fragili. Allora, chiedo alle donne che siedono sugli scranni parlamentari di prendere posizione e non crogiolarsi su rendite di posizione, su bacini elettorali di matrice confessionale da difendere. Se siamo laici, dimostriamolo. Se vogliamo rendere questo Paese a misura di donne, diamo un segnale. Iniziamo a lavorare con coraggio al cambiamento. Ripeto, potremmo iniziare dall’obiezione di coscienza. Aspetto segnali in merito, qualcuno/a che si prenda in carico questo problema e si decida a metterlo nella sua agenda. Neanche io so come fare. Ma vorrei che ci fossero delle prese di posizione e che si passasse dalle parole ai fatti. Ribloggo questo post di Eleonora Cirant, perché non è più tempo di accontentarci, di compromessi al ribasso, di diritti parziali, di conquiste svuotate e dimenticate. Basta ripiegamenti nel privato. Il privato è il posto dove ci vogliono rimandare. Rivendichiamo il nostro ruolo pubblico e dimostriamo di saper fare la differenza!

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