La prevenzione comincia dall’ascolto

Sono stata operata al seno due volte e a distanza di 15 anni. Non una recidiva ma due modalità di carcinoma differenti entrambi mi dicono i medici di tipo infiltrante. In entrambi i casi quello che mi ha permesso di guadagnare anni di vita è stata la palpazione al seno. Tecnica acquisita nei gruppi dei self help degli anni del femminismo, tecnica ancora poco trasmessa alle giovani ragazze come modalità esplorativa e di conoscenza del proprio corpo.

Comincia così il commento di Cruda Amarilli al post pubblicato sulla 27ma ora e dedicato al tema della sovra-diagnosi. L’articolo (il titolo dato dalla redazione genera confusione), accenna ai rischi dell’esposizione ad esami diagnostici, a partire dalla campagna “fare di più non significa fare meglio” propugnata da Slow medicine. L’analisi e l’esperienza proposta da Cruda Amarilli costituiscono a mio parere un punto di vista profondo e importante su questo argomento. Vi invito a leggerla.

 

Solo conoscendosi in una quotidianità che non sia solo estetica ci si rende consapevoli delle piccoli e grandi trasformazioni del proprio corpo.

Questo fu molto importante nel primo intervento, quando nessun esame, nemmeno l’ago aspirato faceva supporre l’esistenza di un carcinoma nascosto da un piccolo nodulo.

L’ascolto del corpo passa per l’ascolto delle proprie trasformazioni a partire da quell’età, l’adolescenza, che ci getta nel mondo senza preavviso togliendo il fiato e regalandoci molti interrogativi. Primo fra tutti che cosa accade del mio corpo, che cosa accade di me. Occorre essere educate a questa consapevolezza che non esclude la presa incarico delle proprie emozioni e percezioni.

Considero questo tipo di educazione al benessere della mia persona e in questo senso un esempio positivo di prevenzione, di esperienza e di sapere che si affianca con pari dignità all’esperienza e al sapere medicale.

La parola ‘prevenire’ nella nostra lingua porta con sé un duplice significato: tutela nei confronti di qualcosa di dannoso attraverso opportuni accorgimenti e se utilizzato al plurale diventa sinonimo di pregiudizio e preconcetto (“prevenuti/e”).

Pregiudizio e preconcetto è quello che ho incontrato nel settembre del 2013 a fronte della seconda diagnosi e intervento. Ascoltandomi, interrogando i medici e le dottoresse che mi restituivano i risultati dell’esame istologico e del loro confronto di equipe ho deciso in questa seconda esperienza di seguire solo parzialmente il protocollo prescritto rifiutando la chemio terapia perché, in questo secondo caso, mi garantisce una copertura non significativa rispetto all’affiancamento di radio e ormonoterapia. Scelta fatta dopo il confronto con il primario dell’ospedale che mi ha attualmente in cura e il medico che mi ha seguito nel precedente intervento.

Quando mi sono trovata a colloquio con l’oncologo per la visita di verifica post operatoria, il medico radiologo, per il semplice fatto che avessi rifiutato la chemio, mi ha portato a vivere una esperienza di non ascolto delle mie necessità di vita quotidiana, di cancellazione della mia capacità di giudizio, delle scelte fatte in precedenza rispetto alla mia salute. Mi sono trovata gettata in una informazione dove l’unico elemento portante era fare leva sulla mia paura, sulla mia incapacità di decidere in quanto persona perché se rifiutavo quello che era prescritto dal protocollo era incosciente e stavo decidendo di soffrire doppiamente e inutilmente.

Non mi omologavo allo standard e cercavo di ingaggiare un confronto dialettico con loro.

Due frasi mi hanno colpito profondamente entrambe dette da delle dottoresse. “Ecco questa è la paziente xyz che ha deciso di farsi venire un secondo carcinoma alla mammella” enunciato al quale ho risposto con “Eh, si la mia tetta destra era invidiosa dell’intervento fatto a quella sinistra”. La seconda frase ancora più agghiacciante “Lei vuole proprio procurarsi un tumore all’utero, non lo sa che questo è dolorosissimo”. Dentro di me si è formulata la domanda. “Ma costei si sta ascoltando? Non si rende conto che indirettamente mi indice il sospetto che le cure che sto intraprendendo siano poco efficaci?”

Non ho esternato il pensiero ho semplicemente risposto che se volevamo vedere la questione sotto un profilo così negativo allora potevo uscire dall’ospedale ed avere un incidente mortale. Mi rendo conto che non è semplice confrontarsi quasi quotidianamente, come medico oncologico, che anche se statisticamente comprovati non sempre i protocolli di cura posso garantire una piena guarigione.

Tu come medico e lei/lui dovete convivere con questa eventualità allora perché non condividerla all’interno di una relazione?

Che senso ha trincerarsi dietro nomi altisonanti e procedure protocollari?

 

Immagine: Joyce Polance. Shoulder, 2009. Da http://www.brooklynmuseum.org/eascfa/
761.2612

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