A cosa serve una Casa delle donne a Milano?

Sabato 8 marzo sarà inaugurata la Casa delle donne di Milano, in via Marsala 8. Sarà una grande festa, con musica, teatro, arte, dibattiti, cinema, benessere e buffet di auto-finanziamento. Si potranno visitare gli ambienti, conoscere chi ha ideato e realizzato il progetto, fare la tessera della Associazione Casa delle donne, costituitasi nel 2012 per partecipare al bando  indetto dal Comune di Milano per l’assegnazione di spazi.

Fra i 36 eventi che compongono il programma è previsto, alle 18.30, un dibattito coordinato da Marina Piazza cui sono state invitate alcune giornaliste e blogger: Claudia de LilloCamilla GaiaschiCarlotta JesiLuisa Pronzato, e la sottoscritta. Due le domande su cui Marina ci inviterà a riflettere e discutere:

  • come vedete, dal punto di vista della vostra età e del vostro punto d’osservazione, l’apertura della casa delle donne?
  • qualè il tema-problema che più vi inquieta/vi infastidisce/vi piace nel rapporto delle donne con ciò che circonda?

Domande complesse su cui provo a fare qualche ipotesi.

Prima Marina ci chiede di collocarci. Età: coi miei 40 anni sto uscendo dal tunnel della giovinezza per entrare nella fase della vita che si definisce maturità. Evviva!

Punto di osservazione: quello di una che pensa che tutto sia politica, fino al più piccolo gesto.

Quello di una persona consapevole dei rapporti di potere insediati nelle relazioni uomo-donna o donna-donna o uomo-uomo, anche le più intime, e nei processi di costruzione dell’identità sessuale. Femminista? Ebbene sì. Per questa volta voglio definirmi, correndo il rischio di autoinfliggermi lo stereotipo (la parola “femminista” ha scatenato le peggiori fantasie fin dalla notte dei tempi).

Quello di una donna che vive del proprio salario, che paga un mutuo, che ha un reddito intorno ai 1200-1300 euro mensili. Quello di una lavoratrice, quindi, consapevole che le dinamiche di classe non sono sparite solo perché sono “passate di moda” le ideologie che le hanno descritte e denunciate per più di un secolo. Una lavoratrice inserita in un rapporto di lavoro dipendente per una parte del suo tempo, per un’altra parte free lance e a progetto. E’ il punto di vista una che ha il privilegio (nulla di regalato…) di tenere agganciate passioni, interessi, lavoro retribuito: l’Unione femminile nazionale ed altri contesti, le attività che ho fatto e le scelte che mi hanno resa quello che sono.

Quello di una che nel decennio trascorso ha dedicato tempo alla militanza e ora ne dedica meno o ne dedica in modo diverso, perché un poco distratta da vicende familiari (no, non ho figli) e da percorsi lavorativi intensi, e anche perché frastornata: dalla complessità del mondo in cui viviamo, dalla sensazione di ricominciare da capo ogni volta, con la fatica che ne discende e la sensazione che le proprie energie fluiscano via in mille rivoli, insieme ai giorni. Sensazione di dispersione. Non mi sono impegnata per la Casa delle donne di Milano e sento il bisogno quasi di scusarmi…  Un progetto cui, nonostante la mia dichiarata e riconosciuta appartenenza femminista, ho guardato come spettatrice.

I giorni, il tempo. Tempo è forse la parola chiave per rispondere alla prima domanda di Marina: come vedete l’apertura della Casa delle donne, ma anche, “a che cosa serve la Casa delle donne“.

Qui sta anche, credo, la prima difficoltà della Casa e al tempo stesso la prima sfida della Casa. Mi sembra che le donne oggi non abbiano tanto bisogno di spazi, quanto piuttosto di tempo: come dice qui, con grazia e ironia, Claudia De Lillo (ah pure io, stesse scene, con il puzzle!). Hanno bisogno di tempo le donne, giovani e diversamente giovani, ma forse più le giovani rispetto a quelle che hanno oggi il privilegio della pensione. Pensione = reddito + tempo libero, un sogno. Spazi a Milano ce n’è, anche se messi in discussione dal prosciugarsi dei bilanci comunali, anche se difesi con fatica da mille associazioni in cui tanta gente lavora in cerca di equilibrio tra sopravvivenza e idealismo.

Spazi delle e per le donne a Milano ne abbiamo. Spazi frammentari rispetto ad una identità collettiva “donne” perché stratificati lungo le faglie del Novecento. Non è un caso se a Milano, fino ad oggi, abbiamo avuto tante piccole case delle donne e non La casa. E’ accaduto proprio perché Milano non è né Roma né Torino. A Milano abbiamo avuto tutto “il prima-durante-dopo” di ogni tipo di movimento sociale e politico dal Risorgimento ad oggi, femminismo compreso. Milano è complicata, variegata, ha tante anime, tante facce e tanti femminismi che abitano in tante case e che spesso si ignorano, spesso litigano, ma che quando si parlano e si uniscono portano in scena decine di migliaia di persone. Milano è l’utero dell’Italia.

La Casa delle donne ha l’ambizione di unire con un tratto tutti questi puntini sparsi sul territorio. Prima ancora che uno spazio La Casa sembra, prima di tutto, una ricerca di identità, un riscatto dal post-moderno. Un principio ordinatore. L’intento è stato enunciato nelle assemblee delle socie ed è descritto nello statuto: “La Casa vuol essere un punto di riferimento per una trasmissione costante di esperienze e conoscenze che favoriscano l’inserimento di ognuna e di tutte nel contesto cittadino”. Credo che in questa ricerca conti tanto anche il bisogno di visibilità.  La visibilità è sempre stata potere. Oggi il nesso visibilità e potere è esasperato, proprio perché tutti sono in tutto e in contatto con tutto. “Le donne”, intese quelle “che si organizzano per contrastare il patriarcato”, hanno poca visibilità e poco potere.

Per poter realizzare questi obiettivi credo, la Casa deve poter offrire non soltanto uno spazio ma soprattutto un tempo. E’ qui, appunto, che le cose si complicano, perché sappiamo come liberare spazi ma non come liberare tempo.

Le connessioni si sono infittite, le nostre vite e le nostre relazioni si sono espanse nello spazio virtuale. Ma il tempo della vita è sempre di poche decine di anni, le ore del giorno sono rimaste 24, il tempo di sonno necessario vale sempre, in media, 7-8 ore. Anche altre cose belle della vita, oltre a dormire, richiedono tempo…
Si moltiplicano i fattori identitari per le donne, con la possibilità di esprimersi e sviluppare la propria creatività. Ma si moltiplicano anche le situazioni, le sedi, i contesti sociali e i tragitti. La doppia presenza, tra lavoro produttivo e riproduttivo, tra lavoro di cura e lavoro salariato, è bene o male esperienza di massa.
Bisogna lavorare di più per guadagnarsi la vita per lo squilibrio fra entrate e uscite, fra i salari e i costi di quello che ci serve per vivere o anche solo per sopravvivere. Tutti questi elementi e molti altri che è inutile ribadire motivano questo pensiero. Che la questione del tempo sia anche la questione del successo o dell’insuccesso della Casa delle donne e della sua utilità per le giovani donne.

Dunque la mia prima risposta alla prima domanda di Marina è ancora una domanda: come creare tempo. Proverò a riprendere la questione in un prossimo post, perché questo è già lunghissimo (e chi più ha tempo di leggere?!).

Fotografia di Liliana Barchiesi e Livia Sismondi
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