Lo sciopero delle donne

Sono le 8 del mattino e a Milano tira un vento gelido da far male alla faccia. Ma il cielo è azzurro intenso come il mantello di una Madonna caravaggesca e il sole ha un sorriso smagliante. Betta ha già addosso la sciarpa rossa e un cappello mentre asciuga l’ultimo moccolo dal naso di suo figlio. “Vai, vai, andate!” Le dice il compagno. Betta bacia il piccolo e il grande e controlla che Alice, la figlia, abbia il cappello rosso ben calato in testa e tutto quanto allacciato e annodato a proteggerla dal freddo. Poi volano via.

In metrò tira un’aria diversa dai soliti lunedì mattina. I treni nei tunnel sono percorsi da una tensione, un’eccitazione che non è la stessa dei giorni di festa. Betta e Alice si tolgono il cappello e allentano la sciarpa quando entrano nel vagone. Si pigiano cercando un angolino stretto fra un gruppo di studentesse caciarose, quattro donne di origine sudamericana e due signore coi volti rugosi.

Le classi delle elementari e delle medie arriveranno a gruppi, le insegnanti si sono organizzate.

Tutto chiuso

Gli uffici e i servizi pubblici sono chiusi. Le scuole di ogni ordine e grado sono chiuse. Le università occupate, niente lezioni. Molti negozi sono chiusi e hanno appeso alla serranda un drappo rosso. Le aziende sono ferme. Le colf non puliranno, le dirigenti non dirigeranno. Le prostitute non sazieranno appetiti sessuali. Le mamme non cucineranno pietanze. Le zie, le amiche, le cugine, le colleghe, le mogli, le amiche, le nonne, le madri e le figlie: sono tutte in strada. Moltissime hanno con sé le proprie creature. E’ rimasta a casa chi non poteva evitarlo, ma si sta collegando alle altre con tutti i mezzi disponibili. I media sociali ribollono. I media tradizionali ne parlano da giorni. Negli ospedali e negli ospizi le infermiere lavorano, ma chi è rimasta ha addosso qualcosa di rosso. I centri commerciali sono vuoti e chiusi.

Nessuna e nessuno può rimanere indifferente in un giorno così. Nessuna ha potuto restare indifferente nelle ultime settimane, da quando la febbre ha cominciato a salire.

Le donne in sciopero

Oggi saranno dove non vi aspettate che siano. Riempiranno le strade in centinaia di migliaia, milioni addirittura. Hanno prosciugato i rivoli del loro essere sparse nel mondo per convergere in un unico, visibile e tumultuoso fiume in piena. In tutto il paese si terranno centinaia di assemblee, nelle scuole occupate o in qualsiasi altro luogo che lo permetta. Domani? Qualsiasi cosa succeda oggi, domani non potrà essere uguale a ieri. Le donne sono in sciopero.

Da chi? Dov’è il nemico? Chi è il padrone?

Le donne sono in sciopero da un ruolo. Da abitudini che le fanno stare male. Da un sistema economico che le spreme e che uccide la loro terra. Da un’abitudine atavica che le vede zitte e composte. Amabili e disponibili. Sessualmente appetibili. Carine. Subordinate al capobranco di turno. Sono in sciopero confusamente, gioiosamente, dolorosamente. Rabbiosamente. Non c’è un motivo unico, non c’è un nemico da abbattere, non c’è una controparte definita nel pastone che amalgama amore e violenza. Non è il solito sciopero, eppure le donne sono in sciopero, questo è chiaro, si vede anzi si sente come una scossa di terremoto. Sono tutte fuori.

E’ andata così, che hanno messo sciarpa e cappello e sono uscite tutte fuori. C’è chi ha le idee chiare, un elenco di richieste oppure una visione lucida. Chi ha anni di militanza alle spalle. Chi è spinta fuori solo da un sordo e informe disagio. Chi perché ci vanno le amiche. Chi perché non ne può più del ritmo allucinante che governa la sua vita. Chi per fare un dispetto al capo. Chi per orgoglio. Chi era sempre stata sola con le botte di suo marito e poi tutti i giornali ne hanno parlato. Chi ci va solo per godersi lo spettacolo, “perché tanto ormai la parità l’abbiamo raggiunta”, ma poi si accorge che quello spettacolo è qualcosa da cui non riesce a estraniarsi, ti risucchia dentro, al di qua. La contiguità dei corpi, la tensione che si sprigiona dall’essere lì tutte quante, il vedersi e il riconoscersi e tutto quel tempo per parlarsi… è travolgente. E’ un miscuglio di ragione e sentimento, di rabbia e di gioia. E’ qualcosa che monta da settimane.

Lo sciopero si diffonde come un virus

E’ già successo qualche volta, tanto tempo fa o altrove. La Rivoluzione francese, Plaza De Majo, a Pietrogrado nel ’17 del secolo scorso, gli anni Settanta, chissà quante altre volte. Chissà come fa, come funziona. Chi accende la miccia, in che modo si propaga l’incendio. E’ un mistero dell’umanità. Ogni giorno qualcuno o qualcuna lancia una sfida, con una parola un gesto un’azione scarta dai binari. Eppure, morta lì. Tutto continua, inesorabile, per forza d’inerzia.

Qualche volta invece la parola, il gesto, l’azione diventano valanga. Non sanno chi l’ha detto per prima, come sia successo, ma ora sono tutte qui, una massa impressionante, spontanea, autogestita e ingestibile. Certo, l’organizzazione è stata utile, importante, decisiva. Quante ore di impegno, da parte di una minoranza che si prende gli oneri – qualcuna anche gli onori, se sa come farlo. Ma prima e dopo l’organizzazione c’è questa spinta tellurica, un’eccitazione pervasiva mentre quella parola rimbalza di bocca in bocca. Sciopero.

Non è indolore

Questa faccenda dello sciopero è salita come una febbre, alzando ovunque il livello di conflittualità. Sembrava una malattia da curare con antibiotico. Mica facile sottrarsi, sfilarsi, dire di no. Mica facile trovare gli argomenti per dire: mi fermo, esco, rovescio il tavolo, basta. Ci sono stati mugugni. Litigi in famiglia. Ci sono state minacce, prima velate e poi sempre più esplicite. Perderai il lavoro, perderai il posto, perderai il prestigio, perderai il potere, perderai l’amore, il turno, l’occasione. Chi era già stata picchiata, fu picchiata il doppio. Alcune trovarono la forza proprio quel giorno per andare via e non tornare più. Le donne furono ammazzate più del solito a causa della febbre dello sciopero. Furono licenziate più del solito. Era necessario perdere tutto, per vincere qualcosa. Come in ogni sciopero c’era chi si tuffava nel rischio e chi no. Le battagliere e le crumire. Ci furono crumire ricche e crumire povere. Le povere rischiavano di più. Chi per un motivo chi per un altro aveva paura e non avrebbe rischiato.

Ma lo sciopero si è diffuso come un virus, la febbre è salita, le donne sono fuori, in tante, tantissime, e niente funziona più. Tutto bloccato. Il paese a letto, con la febbre. Niente avrebbe potuto essere più come prima. Non a casa, non fuori casa: che senso ha dire dentro e fuori, se tutto quanto l’assetto delle relazioni viene messo in discussione. Sciopero! Vuol dire: ora le detto io le condizioni. Non questo o quello, ma tutto. Lo sciopero delle donne è l’impensabile. Come un cataclisma dell’ecosistema che reagisce in un botto al lento quotidiano sfregio.

Lucciole

Nelle grandi città le lucciole avrebbero sfilato al calar del sole. Così lo sciopero delle donne sarebbe continuato anche la sera. C’erano già di giorno, le lucciole, mescolate alle maestre, le casalinghe, le manager, le artiste. Ma quella sera le prostitute avrebbero disertato il marciapiede. Loro che erano sempre state fuori, per definizione, quella sera sarebbero state un soggetto politico. Le sex worker avrebbero sfilato anche per le compagne che non avrebbero potuto esserci: le schiave, le vittime della tratta. Avrebbero chiesto preservativi gratis, come minimo. Ambienti confortevoli e sani. Poter dettare le condizioni, non subirle. La protezione della polizia. La polizia avrebbe ripulito il marcio dentro la polizia (quante marchette al poliziotto perché chiudesse un occhio). Un impegno ingente dello Stato per garantire loro protezione contro le mafie che le sfruttano (tante volte avevano visto Stato e mafia darsi baci consenzienti, anche quello erano lì per denunciare). Nella dichiarazione dei redditi bisognava poter scegliere se destinare l’8 per mille alla chiesa cattolica, alla chiesa valdese, o al comitato per i diritti delle prostitute. C’è chi aveva intenzione di formare una cooperativa di sex worker e partecipare al bando del Comune per l’assegnazione di una sede a nuove attività imprenditoriali. C’è chi batte solo temporaneamente, perché non ha trovato di meglio. Tutte quante pretendono di essere ascoltate.

E gli uomini?

Molti uomini avevano deriso lo sciopero delle donne. Cosa da donne: non politica, costume. Eh, ma molti altri avevano aderito. Il fronte patriarcale si era incrinato da un pezzo. Aveva cominciato ad andare in frantumi quando le donne portavano ancora le gonne lunghe e buffi copricapi. Tra derisioni e adesioni, gli uomini erano stati travolti loro malgrado dal contagio del virus.

Quelli che le avevano derise stavano con le braccia penzoloni a guardare, il labbro piegato in una smorfia di disappunto. Le aggredivano con violento sarcasmo, soprattutto gli adolescenti con le coetanee che sembravano rincitrullite da decenni di bombardamento televisivo e invece eccole in agitazione, piene di idee e di risorse. Tzk, chi si credono di essere. Poi però erano più attraenti, così fiere e decise. Erano più stuzzicanti le sbarbate mentre cacciavano i maschi fuori dall’aula per prepararsi alla manifestazione, in un fitto cicaleccio che li escludeva. Per non essere da meno avevano cominciato a discuterne, i ragazzi. Qualche insegnante maschio più sveglio di altri aveva colto l’occasione, li aveva fatti parlare e aveva fatto vedere loro i ruoli. I maschi non sono tutti uguali, puoi scegliere come essere. Pensa a come vorresti essere. Le tue paure. Degli uomini adulti, chi aveva aderito si era dato da fare. Per prima cosa, se le donne erano uscite tutte fuori loro sarebbero stati dentro. Bisognava dare un segno visibile, questa inversione di ruoli lo era. In molti già lo facevano, dividendosi cure e lavori domestici con le compagne, le spose, le coinquiline, ma questa volta si erano prodigati per dichiararlo. In più erano stati ben contenti di rimanere a casa anche se avevano dovuto improvvisare sul campo che era di competenza dell’altra. I bambini si divertivano perché i papà accudenti erano meno perfezionisti e rompiscatole delle mamme e quando si mettevano a giocare, questi papà, rimbambinivano più di quanto le mamme si concedessero.

Gli uomini in sciopero sono molti meno di quelli che non lo sono e che fanno finta che tutto possa continuare come prima, ma il loro peso è grande perché simbolico. Non solo quel giorno sarebbe stato diverso, ma da quel giorno niente sarebbe potuto essere come prima. La febbre è una crisi del corpo, che reagisce e si rafforza.

Succede di tutto. I politici

I leader dei partiti politici, praticamente tutti maschi, sono stati costretti a occuparsi di questa faccenda in nome del consenso. Leader maximi e capibastone sono stati colti dalla febbre dello sciopero mentre si scannavano uno con l’altro per la gestione del potere. Infastiditi per questa interruzione delle loro intente e roboanti giaculatorie, avevano all’inizio snobbato, minimizzato ridicolizzato. Ma la legge dell’audience aveva avuto la meglio. Compulsando su twitter si sono accorti che avrebbero perso visibilità se non si fossero adeguati al trend. Si sono adeguati. Sono andati ai talk show con i pargoli. Negli studi televisivi erano state allestite nursery gestite da uomini – ai provini per le nursery televisive le donne erano state escluse in nome delle quote azzurre. Dei politici, si vedeva che erano forzati del lavoro di cura e che non ci sapevano fare, ma la febbre è la febbre. Subito venne messo in piedi un reality dove i leader venivano chiusi dentro una casa coi loro figli per alcune settimane. Milioni di occhi videro il loro impaccio. Tutta la loro sicumera si sfracellò davanti a un pannolino imbrattato di merda. Fu uno shock per il paese. In seguito non poterono fare a meno di convocare gli esperti e impiantare commissioni per elaborare modelli in cui lavoro produttivo e lavoro di cura fossero compatibili, altrimenti nessuno li avrebbe più votati e la loro vita non avrebbe avuto più alcun senso. Fu allora che venne eletta una donna presidente della Repubblica italiana.

La febbre dello sciopero ha effetti e manifestazioni nelle situazioni più impensate

Davanti a un ospedale di una sperduta provincia una donna aveva dato fuoco ad un materasso come forma di protesta perché le avevano negato l’aborto con la scusa che non c’era il personale e che i medici erano tutti obiettori. Poi si era incatenata alla porta e aveva dichiarato che non si sarebbe mossa da lì finché qualcuno non avesse provveduto a ricoverarla per l’intervento. Urlava in continuazione che era un suo diritto stabilito dalla legge e che se anche non fosse stabilito dalla legge abortire in sicurezza era un suo diritto inalienabile in quanto umana. Ci fu mobilitazione intorno a lei e ne venne fuori un casino. Un’associazione di consumatori fece causa all’ospedale. Il primario fu rimosso. Mentre la febbre dello sciopero saliva, altre donne imitarono la prima. Ogni giorno qualcuna si incatenava a un’ospedale, nel giro di qualche settimana diventò una moda. Cominciarono ad incatenarsi anche le VIPS, mentre Dolce e Babbana fece uno spot pubblicitario dove un gruppo di modelle griffate si incatenavano davanti a uno degli ospedali di Roma.

Preservativi ovunque

Ecco un altro fatto strano. Un giorno i milanesi si trovarono il dito di Cattelan coperto da un preservativo gigante. Venne tolto, ma riapparve. Divenne una mania, quella di mettere il preservativo agli arredi urbani. Dissuasori della sosta, semafori, cartelli, persino campanili. Qualsiasi cosa di richiamo fallico poteva venir coperta. Le ditte di preservativi colsero l’attimo e inventarono campagne pubblicitarie eccezionali. I clic di questi video postati su youtube arrivavano subito a toccare la soglia del milione e contribuivano al diffondersi della febbre. La moda del preservativo era uno degli effetti più subdoli dello sciopero delle donne e tra quelli che ebbero più ripercussioni tra le pareti domestiche, sotto le lenzuola. I maschi, se possono, evitano il preservativo. Dicono che riduce il piacere. Adesso non possono più dirlo, perché lo sciopero ha sdoganato l’argomento e le donne, pur diverse una dall’altra in quanto a orgasmo, sono tutte prese da questa fissa di “sentirsi sicure”. Ne parlano dappertutto, senza vergogna. Ieri ad esempio, nella fila alle casse del supermercato. Una arringava un’altra sul fatto che non sarebbe mai riuscita a guarire dalla tale infezione vaginale se il suo uomo non si fosse curato e se non avessero usato il profilattico. La cassiera si era intromessa: “ah, io da quando lo uso non ho più la candida”. Si era sviluppato un movimento di opinione che chiedeva che il costo dei profilattici fosse detraibile dalla dichiarazione dei redditi. La petizione aveva raggiunto 5 milioni di firme, tanto che ne aveva parlato persino Vespa. E’ stata invitata in trasmissione una delle VIPS che si era incatenata all’ospedale, mentre era in diretta suo marito aveva pubblicato su facebook una foto di lui con il bebè in braccio e il giorno dopo l’editorialista del Corriere della serva ci aveva fatto un pezzo in prima pagina.

Illuminazioni

Un’avvocatessa che lavora in un’associazione femminile aveva dichiarato che non avrebbe partecipato allo sciopero delle donne perché per lei valevano i diritti umani cioè di tutti, uomini e donne, senza differenza. Di notte le è apparsa in sogno Olympe De Gouges. Il sogno è stato una visione pura. Olympe le ha raccontato di come è stata processata e ghigliottinata durante la Rivoluzione francese per avere contrapposto la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Per avere osato dire che il cittadino neutro non esiste, ma che esistono uomini e donne, bianchi e neri, ricchi e poveri, e che l’eguaglianza rimane pura astrazione se gli esseri umani non prendono atto – per contrastarle – delle gerarchie e dei privilegi costruiti da loro stessi sulla base di differenze. Durante il sogno, la Dichiarazione apparve all’avvocatessa in caratteri di fuoco scorrevoli. Poi dovette assistere al taglio della ghigliottina, con il fiotto di sangue che schizzava fuori dall’aorta mozzata e la testa di Olympe che rotolava ai piedi del patibolo. Una scena degna di Tarantino. Dopo quel sogno l’avvocatessa è una delle più fervide sostenitrici dello sciopero delle donne.

Betta e Alice la incontrano durante lo sciopero. Sta su una pedana improvvisata mentre tiene un comizio. La ascoltano, insieme ad altre, affascinate dalla sua oratoria convincente e appassionata. Forse entrerà a fare parte di qualche comitato. Forse diventerà una figura di rilievo nel nuovo assetto. Perché un nuovo assetto ci sarà. Dopodomani, quando il movimento lascerà il posto alla struttura, nel perpetuo dinamismo tra distruzione e conservazione e che osserviamo in tutto ciò che esiste.

Ora godiamoci lo sciopero delle donne, il più impressionante sciopero che si sia mai visto.

Image: 'Red iraqianRed iraqian
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