Di ritorno da Padova

Impressioni ad acquarello dopo il dibattito al Corso di pari opportunità dell’Universitò di Padova.

16 ottobre 2012, Padova. Mio fratello Marco mi viene a prendere in stazione verso le due. La città è raggiante nella giornata schietta, un’esplosione di luce. Il rosso dei fiori sul ponte è quasi violento, un benefico shock per occhi intorpiditi dai vapori milanesi.

Siamo nel flusso di studenti che dalla stazione procede verso il centro. Arriviamo a piedi in Università, scienze politiche, dove Alisa Del Re mi ha coinvolto nel suo corso di pari opportunità.
La incrociamo in via del Santo, vicino all’ingresso, mentre sfreccia baldanzosa sulla bici.
A Padova si sfreccia in bici senza rischiare la vita.
Mentre ci rifocilliamo prima di entrare, si parla (anche) di tango. Grande stupore sulla faccia di Marco, matematico dottorando, quando viene a sapere di suoi docenti ballerini. Il tango ha una grammatica raffinata, dico. Alisa conferma, è per questo che i matematici la apprezzano, e anche molti fisici. Per un attimo ho la visione improbabile di mio papà (un fisico) che balla il tango, ma è fugace.
A dire il vero sono concentrata su un’altra danza, quella che l’agitazione muove nelle mie viscere (i racconti del corpo, appunto).

Ci raggiunge Lorenza Perini, ricercatrice e collaboratrice di Alisa. Dopo pochi minuti siamo in aula. Sono già son tutte sedute, le studenti con parecchi “gli”. La visione mi allarga il cuore e mi incoraggia.
Breve introduzione di Alisa. Poi parto. Ho qualche paletto scritto, mi infilo in tangenziali dove rischio di perdermi, riprendo la strada non so come. Si innesca il pilota automatico, decido di darmi fiducia.

Sui loro volti passa di tutto. Curiosità, attenzione, perplessità, approvazione, disappunto, sdegno, simpatia. I ragazzi annuiscono energicamente e, mi pare, più spesso delle loro compagne mentre fissano una frase sul quaderno (ah!! I quaderni!!!). Alcune ragazze sembrano poco convinte, in alcuni casi scuotono la testa con disapprovazione. Il concetto che incontra più resistenza è quello per cui le donne non sarebbero accudenti per natura. La negazione dell’istinto materno disorienta. Qualcuna è rapita come quando scopre una banale verità, tanto banale da non essere vista. Altre pure annuiscono, in particolare su certi passaggi che riguardano la precarietà, il desiderio, la complessità.

All’invito da parte di Alisa a fare domande, a dire la propria opinione, segue una sospensione imbarazzata. Gli/le studenti pensano e bene, ma hanno poca abitudine alla parola pubblica. Credo sia la paura di non poter dire cose abbastanza intelligenti. Come se il massimo problema di chi ci sta vicino fosse curarsi dell’intelligenza o della stupidità altrui. Forse la poca consuetudine alla parola assembleare è un fatto generalizzato… La funzione crea l’organo.

Una studente dice: “mi è stato trasmesso che per una donna il senso completo di sé comprende famiglia e figli“, e ci ringrazia per averle mostrato un punto di vista differente. Uno studente dice: “la realizzazione di sé può passare attraverso la genitorialità, ma il contesto culturale incide molto”. Due riflessioni che evidenziano la relazione fra soggetto e contesto, che ci permettono una ulteriore messa a fuoco del sistema che strutturalmente oppone vita e lavoro.

Alisa porta il discorso sui fatti di cronaca citando il caso di Cittadella, proprio vicino a Padova, con il video del ragazzino prelevato a forza dalla sua classe da alcuni agenti di Polizia in applicazione di un’ordinanza del Tribunale dei minori.

Osserviamo come certi genitori avrebbero bisogno dell’intervento dei servizi sociali. Loro, più dei figli, a dimostrazione di come sia semplificante ed effimero parlare di istinto in rapporto alla genitoralità. Alisa si chiede perché nessuno abbia chiesto al bambino un parere. Una studente solleva il dubbio che ci sia un vuoto legislativo. Le avrei letto volentieri (ma l’ho ricevuto solo qualche giorno dopo) il commento di Maria Bacchi pubblicato sulla newsletter dell’Associazione Articolo3 di Mantova, dove Maria cita un testo dell’Associazione Italiana dei Magistrati per i minorenni e per la famiglia (Aimmf):

Il provvedimento di allontanamento del minore “deve contenere elementi di elasticità al fine di poterlo adattare alla situazione contingente. È utile che l’autorità giudiziaria dia eventualmente disposizioni più adeguate, ove dovessero sorgere rilevanti difficoltà nell’esecuzione del provvedimento”. Inoltre è opportuno “acquisire, ove possibile, il consenso, o quanto meno la non opposizione, all’esecuzione da parte degli interessati, anche collaborando con i difensori” e occorre dedicare “attenzione all’ascolto del minore e ai luoghi e ai modi in cui esso avviene, incentivando la creazione di spazi neutri, per gli incontri protetti”.

Abbiamo ancora qualche minuto di tempo per riflettere su come in Italia la genitorialità sia privatizzata, salvo intervento emergenziale dello Stato. Finché sei incinta sei la Dea in terra. Appena partorisci, i tuoi diritti sociali sono troppo spesso azzerati. Tua è la responsabilità della cura, la fatica del doppio, triplo e quadruplo lavoro. Lo Stato interviene con violenza nei casi “limite”.

La chiusa è sull’invito a parlare di questi argomenti: con il tuo ragazzo, la tua ragazza, nel gruppo di amici, con i compagni e le compagne di corso. Parlarne, perché il problema di una/o non rimanga il problema di una/o, ma per riconoscersi, per scoprire le differenze, per costruire collettivamente il senso di una domanda e immaginare alternative. Con questo invito finale raccolgo anche la domanda di Lorenza, che chiedeva che fine ha fatto il femminismo e perché viene visto come qualcosa di superato. Intendo femmismo come ricerca di un modo di essere che non si adegua passivamente ai ruoli ma li decodifica, li interpreta e se necessario li contrasta.

Alle 4 in punto l’aula si svuota, tranne noi e una studente che si ferma a parlare. Ha occhi svegli, mosse timide, un gusto particolare nel vestire. Vorrebbe fare una tesi sull’argomento. Ci scambiamo la mail.

Al ritorno la città è ancora più generosa di luce. Più calda, nell’approssimarsi del tramonto.
Sul treno galleggio, mi distraggo, scrivo queste note.

La parola chiave della nostra epoca è coscienza / consapevolezza. Di tutte le epoche, forse.

Grazie ad Alisa Del Re e Lorenza Perini per avermi invitato e accompagnato.

Crediti immagine: http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Red_flower_open.jpg

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