Scrittura & politica

Il 17 gennaio 2012, all’Unione femminile, abbiamo discusso di donne e scritture. Titolo del dibattito: “Amiche di penna. Scrittrici, poete, digitali, digitanti e altro ancora“. Mi ero scritta l’intervento, che propongo qui un po’ come si fa con le carte dell’archivio, un po’ perché qualcuna mi ha fatto omaggio della sua attenzione.

Ahi, la lingua che corre più veloce del pensiero! Porta sempre guai. Così come quando stavamo organizzando l’incontro di questa sera. Facevamo un …come si chiama? Brainstorming. Flusso creativo, idee in libertà, pensieri in cerca di definizione operativa. La mia linguaccia è una svelta che precede sempre di buon passo mister buonsenso, un tizio goffo e lento che arriva sempre quando i danni sono fatti. “Perché non parliamo anche della scrittura politica?”

Detto fatto, palla colta al balzo, tema da svolgere con relativa sequenza di domande esistenziali da affrontare di petto: che cosa intendi per scrittura politica? Cosa è politica? E cosa si intende per femminismo? Ma che cos’è poi scrivere?

Domande che ciascuna di voi si sarà posta mille volte, configurando una propria risposta cui difficilmente potrei aggiungere qualcosa che non sia una semplice testimonianza. Mentre ruminavo su questa vicenda della politica lasciandomi andare a libere associazioni mentali, sono stata abbordata da un’immagine che sintetizza con efficacia, credo, l’idea che mi sono fatta.

Eccola qui.

Tu vedi una forma, ma puoi vederne anche un’altra. La forma che vedi acquista significato a seconda della relazione che la tua mente stabilisce tra le parti. La forma che dipende tanto dalla mente quanto da ciò che non è mente. Nessuno infatti può dubitare che questa “cosa” esista anche in assenza di me che la guardo, tuttavia l’essere significativa di questa “cosa” dipende dal modo in cui la mente se ne appropria.

Lo snodo essenziale di questo processo è nel dinamismo tra stasi e movimento, tra continuità e rottura, tra abitudine e crisi.

Soffermiamoci sull’abitudine. Ci si abitua a vedere forme la dove esistono elementi. Apprendiamo la forma, e impariamo ad applicarla alle cose. Il significato è un fatto di abitudine, di un numero esorbitante di tentativi e di sbagli.

Così è la vita, individuale e collettiva. Dove vediamo un ruolo vediamo una forma, come è stata descritta dall’abitudine. Il posto di ciascuno sul quadrante del potere (il potere di, il potere su) è definito dalla norma – dalle convenzioni, dai codici, dalle prassi consolidate (figura quadrante).

Il quadrante del potere è orientato, nel nostro mondo, da almeno tre determinanti: genere, etnia, classe. Il posto di ciascuno sul quadrante del potere può essere osservato sia dal versante soggettivo (il vaso) che dal versante collettivo (i profili).

Ma parliamo anche della crisi. La capacità di vedere nuove forme è una competenza dell’essere umano, che vive tanto in virtù delle proprie abitudini, quanto in virtù della capacità di trasgredirle. Questa doppia capacità che si esprime come stasi e come movimento, come conservazione e come superamento è tanto una funzione della mente quanto del corpo, non essendo il corpo altro dalla mente ma stando in relazione ad essa proprio nello stesso modo dell’immagine doppia (se guardo così vedo corpo, se guardo cosà vedo mente).

Che c’entra con la politica? La possibilità di vedere in un vaso un profilo è anche la capacità di intuire significati diversi da quelli già dati per consuetudine. Politica è la capacità di cogliere i nessi tra quel che sta da una parte del bordo dell’identità (il dentro), e quel che sta dall’altra (il fuori). Politica è nel dinamismo, sempre venato di conflitto, tra stasi e trasformazione.

La scrittura è, credo, potente binocolo per questa doppia visione. E’ strumento di lavoro si di sé nelle relazioni che ci costituiscono. Così il diario e la lettera, l’esperienza più viscerale e intima della scrittura. La scrittura come impegno “per formarsi, per crescere, per liberarsi da desideri, legami, bisogni, pretese, piccolezze, per liberare dall’indeterminatezza un potenziale”. (Maria Grazia Funari che recensisce il Diario di Etty Hillesum in Leggendaria n. 90/212). La scrittura quindi come alimento per la propria pulsione etica, dove l’etica è costruzione di sé, “impegno a scavare la propria forma nella relazione costante con l’altro da sé”, “imparare a vivere nella multiforme realtà storica, con persone differenti, con prospettive diverse, con numerosi oggetti” (Antonietta Potente, Un bene fragile. Riflessioni sull’etica, recensito sullo stesso numero di Leggendaria).

A un grado zero dunque la scrittura è sempre politica quando contribuisce e collabora a questo processo di scoperta e indagine interiore, quando favorisce non solo l’elaborazione dell’esperienza ma quando diviene laboratorio etico di sé nel mondo.

La scrittura come elemento di una pratica che si fa insieme è quello che Lea Melandri definisce scrittura di esperienza (Lapis). Mi chiedo tuttavia se sia possibile stabilire un confine, perché a me sembra che la scrittura di esperienza germini nello stesso impulso che genera scritture come quelle del diario e della lettera e che sempre l’intento dello scrivere sia allo stesso un raccontarsi per un riflettere su ciò che si racconta (vedi anche contributi inviati).

Nel momento in cui la lingua correva più veloce del buonsenso era un altro il pensiero che mi aveva colpito. La mente si era infatti impigliata sull’immagine dei molti metri di faldoni pieni di documenti d’archivio conservati all’Unione femminile. Quintali di carta in forma di opuscoli, volantini, verbali, diari, lettere, registri. Ma anche veline, scontrini, fogli sfusi appuntati di corsa, atti amministrativi e note di lavoro. Carte vergate da grafie in orizzontale e in verticale sulla stessa pagina, o marchiate dal tamburo di una macchina da scrivere. Carte assalite talora dalla muffa, ma ancora pronte a cantare, denunciare, svelare, dichiarare, sperare, inveire.

La personalità perturbante di queste carte conserva intatto il proprio fascino, ed incontrarla è un’esperienza che consiglio a tutte di fare.

Oggi le alfabete digitali si scambiano molte mail al giorno e messaggiano sui social network. Ma avete idea di quante lettere si scambiavano le nostre antenate del primo Novecento? Le loro storie avranno qualche chances di attraversare i secoli, mentre la nostra scrittura quotidiana difficilmente sopravviverà alla nostra morte. Conservare e trasmettere memoria, prendersi cura di un archivio e renderlo disponibile allo studio, è politica.

Se la letteratura esercita il potere di dare forma alle abitudini dentro cui si generano ruoli e relazioni di potere, anche la letteratura è scrittura politica. Ma non è alla letteratura che pensavo mentre la lingua correva più veloce del buonsenso. Era invece ad una forma particolare di scrittura che stavo pensando. La scrittura cioè come denuncia e come rivendicazione. Forse perché in questa forma la scrittura si allaccia alla politica nel modo più diretto, esprimendo in massimo grado il suo potere di dare forma alle abitudini dentro cui si generano ruoli e relazioni di potere.

C’è un passaggio preliminare necessario, che è quello dalla scrittura privata o personale come la lettera e il diario, tipica delle vicende femminili, alla scrittura destinata alla pubblicazione. Dalla scrittura come strumento nella fucina di me come soggetto alla scrittura come strumento per forgiare la realtà sociale. Le due parti sono sempre in relazione, come nella figura doppia. Ma la seconda operazione comporta un salto quantico nel quadrante del potere. Pubblicare il proprio scritto è un salto quantico, che comporta un potere di, e un potere su.

Qui si apre il ragionamento sui blog, che offrono a tutte l’accesso allo spazio pubblico, generando trilioni di voci che si contendono appunto l’attenzione. Se tutte e tutti possiamo scrivere pubblicamente, non tutte possiamo scrivere autorevolmente. Le modalità di attribuzione dell’autorevolezza sono oggi quasi del tutto filtrate dal passaggio attraverso media mainstream, quindi dalla visibilità su mezzi di comunicazione già considerati autorevoli. Se vuoi essere una scrittrice autorevole devi essere prima di tutto un personaggio visibile.

Ma torniamo all’essenza della scrittura politica. Mostrare la forma e lo sfondo del potere agli occhi della comunità, ecco qua. Suggerire visioni alternative della realtà. Indicare un volto là dove due vediamo due profili. Questa operazione è già di per sé esplosiva, lo è ancora di più se potenziata da un altro elemento, l’azione. Quando la denuncia politica e l’esistenza di chi denuncia collimano nel mettere in crisi un sistema consolidato, quando scrivere ed essere coincidono nello squarciare la normalità, ecco che l’azione della scrittura si estende nella sua massima potenzialità.

Per concludere, un omaggio e un gesto di riconoscenza per un’antenata che brilla nella mia personale genealogia di riferimento. Christine de Pizan, Cristina da Pizzano. 1362 – 1431. La prima donna di cui si abbia notizia a fare della scrittura un lavoro, quindi a vivere di scrittura. La prima donna editrice e storica. La prima donna a contestare pubblicamente la misogonia e gli stereotipi, a denunciare come le cause della subordinazione femminile stanno nella mancanza di istruzione delle donne. La prima insomma a mettere pubblicamente in discussione abitudini consolidate (La città delle dame). Il profilo e le vicende di questa donna eccezionale sono raccontate in molti libri, io le prese qui: Un’italiana alla corte di Francia : Christine de Pizan, intellettuale e donna / Maria Giuseppina Muzzarelli. – Bologna : Il Mulino, [2007].

Mi sembra un buon viatico per dare avvio alla discussione di questa sera.

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